lunedì, dicembre 31, 2007

La fisiologia delle emozioni. a cura del dr. Antonello Musso

Nel profondo del nostro dna, fra le tante informazioni più o meno nascoste, si celano gli istinti, retaggio del nostro passato animale.
La paura? si tratta dell'impulso della preda che si immobilizza di fronte al pericolo sperando di farla franca;
la collera? reazione del capo branco che manifesta il suo potere di fronte ad un giovane maschio un pò troppo, prematuramente ambizioso;
la gioia? un segno di pace e di collaborazione rivolto ai nostri simili.
Immediate ed imprevedibili, le emozioni riportano alla luce i pensieri più elementari, a volte in momenti poco opportuni, e possono entrare in contrasto con la nostra mente razionale; non possiamo fare a meno di queste reazioni: senza di esse il nostro cervello farebbe molta fatica a funzionare bene.
Phineas Gage.
Nel 1848 questo giovane impiegato delle ferrovie americane, in realtà un pò maldestro, fece espodere accidentalmente una mina. Venne colpito da una sbarra di ferro di circa 6 kg che gli attraversò la guancia sinistra, il cranio e la parte anteriore del cervello per poi uscirne a e cadere una trentina di metri più in là.
Sopravvisse ed in meno di due mesi era di nuovo in piedi, comportandosi però in modo diverso da prima: molto irritabile, sempre insoddisfatto e soprattutto incapace di prendere una decisione semplice come ad esempio scegliere quale vestito indossare.
Solo nel 1994, due studiosi americani (Antonio e Hanna Damasio), analizzando il cranio conservato al Warren medical museum di Harvard, deussero che la zona colpita era la corteccia orbito-frontale.
Tutti coloro che per un motivo o per l'altro avevano subito lesioni in questa parte del cranio, erano incapaci di prendere le decisioni più semplici o addirittura banali.
Per i neurologi non sussistono dubbi: alle riflessioni di queste persone, manca l'elemento essenziale delle emozioni.
altri esperimenti dimostrarono che facendo osservare a queste persone immagini raccapriccianti, esse ammettono che sono insostenibili, ma anche che non provano sentimenti di terrore.
Quando un problema si pone al nostro cervello, ad esempio cosa farò nel fine settimana, la mente passa in rassegna ogni possibile soluzione; ad ogni scenario si scatena una mini reazione emotiva che etichetta letteralmente ogni risposta.
In questo modo il cervello effettua una prima selezione basata sul piacere, sulla tristezza, sulla noia ecc.
Il resto del lavoro viene fatto dalla ragione ("resto a casa così risparmio") e dalla memoria (" in montagna ci sono stato l'altro week end").
Al termine la decisione.
Dunque le emozioni sarebbero un meraviglioso stimolo per ragionare, decidere o semplicemente per decifrare il mondo. Se esso infatti trattasse tutti i dati che gli arrivano dall'estero e dall'interno, presto sarebbe saturo. Allora le emozioni lo aiutano a fare una cernita di ciò che in quel momento è meglio per noi.
Durante una passeggiata, molti stimoli emotivi ci colpiscono, ma se un'auto cerca di investirci, questo fatto genera una reazione emotiva assai maggiore dl cinguettio degli uccelli che ci ha colpito un momento prima; in tal modo possiamo scansare il pericolo preservando la nostra persona.
Inoltre le emozioni ci permettono di dialogare in modo diverso e senza l'uso della ragione con i nostri simili. Intuire che quella persona si prende gioco di noi o è in collera o ci vuole impressionare, ci permette di decifrare il senso reale delle sue parole; tra madre e bimbo, esso è l'unico primitivo linguaggio coerente.
Il centro del cervello che scatena le emozioni è l'amigdala; ciò accade sia in modo interno attraverso una analisi introspettiva, sia copiando dall'esterno emozioni altrui e rivivendole come proprie. Per questo se ad un funerale tutti piangono, anche noi lo facciamo o se tutti esultano ad un gol, anche noi ci uniformiamo.
Ecco perchè la vita deve avere ogni tanto, delle emozioni

lunedì, novembre 03, 2003

SEMPLICEMENTE LA TERAPIA DEL SENSO COMUNE.

Eppure ci lavoro ogni giorno, mi sembra quasi banale poter affermare con
semplicità il valore della normalità in terapia, di quanto spesso ci capiti
da terapeuti di aiutare casualmente gli altri attraverso un semplice lavoro
di senso comune condiviso. Ciò che voglio dire, da terapeuta, psicoterapeuta
per la precisione, è che la terapia è molto più vicina al senso comune
condiviso di quanto non sia creduta, ritengo che ci si spinga a trovere
chissà quali recondite risposte teoriche in fatti terapeutici che sono al
contrario semplici, anzi banali.
Aiutare gli altri sembra più entrare nel loro mondo con la nostra
intelligenza, osservare la loro vita, analizzarla curiosamente, senza
riuscire a dar giudizio, stupiti magari, ma senza malizia ne doppi fini,
realmente incuriositi di quell’intelligenza che ha cercato soluzioni e le ha
trovate, magari con evidenti difficoltà, dimostrando tutti i limiti di una
lucidità ora offuscata, ora scoraggiata, ora disattesa. Com’è complesso il
temperamento umano, abitudini, comportamenti, conoscenze, sensibilità, tutto
sembra intrecciarsi in un groviglio insormontabile, ecco che quindi ti metti
a seguire ora questo ora quel ragionamento, ogni tanto scopri una logica
latente, sottesa a quella vita, altre volte più semplicemente vedi una
persona trascinata dagli eventi che non avrebbe potuto comportarsi meglio di
quanto ha fatto.
E’ il rispetto per quei tentativi che riesci ad avere, il rispetto per
quelle risposte anche se così limitate e circonstanziali, il rispetto per un
intelligenza che ha reagito correttamente pur perdendosi e facedo cadere la
persona nelle confusione, come nel panico o nel più totale smarrimento.
Fino a che si è giovani è facile dare ed avere risposte valide, è facile
l’adattamento, si è forti e reattivi, ogni ostacolo mostra punti deboli, lo
si può aggredire e venirne a capo. Con gli anni la freschezza se ne va ed i
primi acciacchi ci fanno sentire la fallibilità della vita, risulta sempre
più pesante stringere le spalle farsi forza e proseguire.
Non per questo ci si arrende, piuttosto sono i tempi di reazione che si
modificano, il tipo di risposte che sembrano cambiare, si scopre il buon
senso che tante volte ci ha dato una mano senza che ne fossimo consapevoli.
La terapia lavora per la ricerca del buon senso, del cambiamento di
prospettive, è una comprensione / condivisione della vita che si impone, che
si presenta e ci conquista trovando csualmente nuove risposte a vecchie
domande.
Mi chiedo spesso cosa sia mai terapeutico in ciò che faccio da terapeuta
quando induco cambiamenti in una persona, la risposta però non mi arriva,
probabilmente non esiste neppure, è forse addirittura tempo perso cercare
una regolarità nei cambiamenti, più semplicemente i cambiamenti sono la
quintessenza casuale dell’irregolarità, alle volte rappresentano addirittura
ciò che di più sbagliato avremmo preso in considerazione, razionalmente
parlando.
Mi accorgo in questo stesso momento di non riuscire a dare una spiegazione
al valore del senso comune condiviso nella terapia, se non constatandone i
risultati, mi rimetto dunque alla semplicità con cui molto spesso ed in modo
assolutamente casuale ci troviamo ad aiutare gli altri senza che ci fosse
stata chiesta alcuna prestazione in merito, o senza renderci conto del
risultato ottenuto.
Le persone cambiano a loro insaputa, o meglio all’insaputa di una parte di
loro che li tratteneva inconsapevolmente in empasse.
Parlare confrontarsi, come rider e o disperarsi costituisce un percorso in
cui ci si ritrova in un senso comune che ci dà la forza di reagire,
cambiare, comprendere megli i limiti e le possibilità che ci sono offerte, e
quando ciò accade è un po’ come ritrovarsi, ritrovare la stada di casa,
riconoscere e i posti e le persone e non essere più soli, non essere più
alla ricerca affannosa di un qualcosa di così poco chiaro.
Per rimanere nell’idea di semplicià mi sembra costruttivo dire che non c’è
risposta migliore ai problemi della vita che non passi attraverso la nostra
creatività, è li che possiamo veramente abbassare la nostra martellante
critica e darci tempo e spazio per reagire, cambiare è permettersi in modo
acritico di entrare a far parte del senso comune condiviso con l’altro, e
tutto ancor più semplicemente è da sempre riassunto in un atto d’amore verso
se stessi, gli altri, il mondo.
Fare terapia al momento non mi sembra altro che fare, o permetter di fare,
un “semplice e banale” atto d’amore verso se stessi, gli altri o il mondo,
essere terapeuti è in ogni caso saper abbassare la critica, il pregiudizio e
condividere col l’altro la sorte del momento.

venerdì, luglio 04, 2003

Descrizione di un caso clinico
di Ipnosi Medica e Psicoterapia



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