QUATTRO CHIACCHIERE SULL’IPNOSI

                 

 

INDICE

 

 

INTRODUZIONE

Parlare di ipnosi ai giorni nostri,rappresenta paradossalmente un tuffo nel passato ed un inoltrarsi in un labirinto oscuro e misterioso,un mondo arcano di magie e misteri, verso il quale la gente si avvicina sempre con rispetto,per non dire con timore Se è pur vero che agli albori, questa scienza terapeutica essa venne considerata quasi un fluido magico,addirittura proveniente dagli animali (mesmerismo),è altrettanto vero che nell’ottocento essa assunse i contorni ed i contenuti di un atto ufficiale,inquadrato correttamente in una terapia della mente che però poteva interagire con il corpo,a conferma che mente e corpo non si possono scindere in entità separate.

In seguito,fortune alterne arrisero all’ipnosi che,d’altro canto,doveva costruirsi una nuova,credibile,definita identità.Agli albori del terzo millenio,finalmente essa ha un posto nella psicoterapia e nella terapia medica,dove si pone non in contrapposizione ma bensìin atteggiamento coadiuvante il desiderio di guarigione della persona,talvolta anzi agendo come "primum movens" dell’atto terapeutico ed in molti casi come "unicum movens":questo specialmente perchè vuole ricordare insistentemente alle terapie tradizionali che prima di tutto il malato deve star bene con la mente per poter star bene con il corpo.

Ciò che ,o lettore, troverai in queste pagine,sarà semplicemente un serie di storielle,aneddoti,casi clinici,approfondimenti generali o specifici il cui scopo sarà quello di incuriosirti:se ciò accadrà,sarai preso per mano e condotto su questo percorso,apparentemente tortuoso e slegato,che ti mostrerà una strada alternativa,non l’unica ben inteso,ma importante per meglio conoscere te stesso.

Se desideri incuriosirti,ti racconterò una favoletta.

 

P.S. Le favolette sono di mia esclusiva creazione: se i lettori si vedono in qualche modo rappresentati è forse perchè in ognuno di noi c'é una parte di quei personaggi.Pertanto, come si legge nelle didascalie dei film di qualche decennio fa,"...ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale..."

P.P.S. I casi che sono descritti in questo sito va da sè che sono stati camuffati e criptati al punto da rendere impossibile ogni riconoscimento talvolta addirittura per le persone che ne sono coinvolte, a tutela della più elementere riservatezza: ipotizzare pertanto che dalla descrizione sia possibile risalire al cugino dello zio della commessa, moglie del giardiniere  amico del mio compagno di scuola, è pura, pericolosa illazione gratuita. Inoltre la pubblicazione avviene in base ad accordi tra gentiluomini: tutti i" Casi " sono avvertiti di un possibile sunto che potrebbe essere messo sul sito. Lo scopo di ciò non è ovviamente la vanagloria, ma bensì quello di offrire ad altri eventuali lettori uno spunto, una mano tesa che possa permettere loro di pensare :"ma se quel caso, simile al mio, si è potuto risolvere, allora...".La seconda motivazione è strettamente didattica e statistica ad uso e consumo personale dei terapeuti, nell'ottica della sperimentazione continua e dell'evoluzione dell'Ipnosi Costruttivista.Appunto perchè i rapporti si basano su una reciproca fiducia, ciò non significa che tutti i casi trattati siano qui presenti, vuoi per evitare inutili ripetizioni, vuoi per dissenso da parte delle persone. In tal caso le vittorie e/o gli eventuali non risultati immediati sono contenuti nei nostri archivi secretati.

Chissà perchè bisogna sempre ripetere cose tanto ovvie!

 

                                                                            *  *     



                            

Prima storiella : Conscio ed inconscio

 

Quel giorno,egli non aveva molta voglia di parlare;in verità neppure di pensare.Sembrava che la sua memoria avesse subito un collasso,una sorta di stallo:ricordava di essere stato seduto un bel po’ sulla poltrona,occhi al cielo;occhi vuoti.Improvvisamente,inesorabilmente il torpore sopraggiunse e come nel sonno il sogno ti guida,si ri trovò a passeggiare nei campi, così, senza meta.Sembrava il fantasma di quell’uomo che tempo addietro, parlava ,si scuoteva,si agitava per farsi largo nel mondo.

Il sole all’orizzonte calava lentamente ed i suoi raggi, ultimi per quel giorno, illuminavano di taglio paesaggi odorosi,piacevolmente rumorosi di umanità.Visto un tronco caduto a mò di sedile,si fermò a riposare.In lontananza una figura umana a passo lento gli si avvicinava,negli occhi una strana luce,vivida, brillante, testimoniava una fierezza nelle vittorie e nelle sconfitte,una volontà di lottare ma anche di divertirsi e di giocare.Si sedette accanto al primo e dopo qualche silenzio ruppe il ghiaccio del dialogo con un"Ma le sembra possibile?"L’altro volse lo sguardo."Cosa?" "No,dico,le sembra possibile che oggi noi,che non ci siamo mai visti,stiamo seduti sullo stesso tronco?"

"Coincidenze".

Il tipo non si perse d’animo:" le coincidenze,caro mio,non sono mai completamente tali;quando si usa questa parola"coincidenze" significa che non si vuole accettare una realtà di cambiamento,ma si vuole continuare con la stessa idea di prima e...oh,ma ,scusi lei non mi segue! Perchè mi fa parlare a vuoto?anche lei è come tutti gli altri?"

L’altro sembrò scuotersi dal torpore.

"Sapesse quante volte ho parlato a vuoto io!"

"Ebbene-riprese il tipo-mica gli è caduta la lingua adesso!Caro amico, finchè c’è vita c’è speranza.Vedrà che parlando,anche le montagne si possono sgretolare"

"Ma insomma-si inquietò-lei cosa vuole,cosa sta cercando da me?Ho già la mia pesante croce da portare,e malgrado abbia spalle discrete,non desidero anche i suoi guai."

Il tipo cavò la pipa dalla tasca,la caricò,l’accese,tirò qualche boccata e finalmente disse:

"Cerco l’uomo".

A sentire ciò,egli sgranò gli occhi:"incredibile-pensò-quello cerca l’uomo proprio come me;proprio come me che ho perso una vita a cercarlo ovunque senza mai trovarlo in nessun luogo!chissà se ha avuto fortuna?"

"e,scusi, ci è...riuscito?"-gli chiese.

"No,purtroppo.-rispose-Prima sono stato in grandi città,bellissime,ipertecnologiche,oserei dire perfettamente funzionali.Ma dell’uomo nessuna traccia.Beh,non intendo dire che fossero deserte,certo che no,ma c’era un che di distaccato,di emotivamente non coinvolto;tutto coordinato,organizzato,burocratizzato.Ho provato un gran freddo e me ne sono allontanato.

Per strada ho chiesto ad alcuni passanti:il primo ,un sindacalista,mi ha riempito la testa di rivendicazioni sociali,di lotta ai padroni,al governo ecc.ecc.;il secondo,un intellettuale,mi ha fatto venire il mal di testa con la sua cultura astratta e le sue teorie filosofico-scientifiche:ma quando gli ho chiesto il suo pensiero,si è messo ad urlare dicendo che il singolo non conta nulla se non si identifica con il gruppo;il terzo ,una persona apparentemente normale,mi ha confessato che lavora solo per giungere in pensione.

"Si,ma,e dopo?"

"collezionerò francobolli"-mi gridò fuggendo via-.

"Beh,magari non era il momento giusto!"

"Forse-riprese il tipo-tenga però presente che era la milionesima visita!"

"E in campagna?"

"Idem.Già hanno poco tempo visto il lavoro,e quel poco lo sprecano nella maldicenza e nelle piccinerie mentali."

"E i giovani?"

"I primi sono instabili e condizionabili dalla loro età e dalle mode.I bambini sono eccezionali,ma dipendono totalmente dai genitori che con bieche armi del ricatto li obbligano ad essere in fondo come loro,chiudendo ogni spiraglio di libertà.Talvolta qualcuno sopravvive,ma ci pensano i mass media ad instillare veleno nelle loro giovani orecchie.Nei loro occhi la malizia dei grandi,nel loro cuore la stessa infelicità."

"Ma cosa intende dunque per "uomo"?"

"Gioia di vivere,autodeterminazione;il ridere e il piangere;l’amare o l’odiare liberamente,il giocare;il saper godere dei ricordi,il saper apprezzare una nuvola in cielo o il calore del sole sulla pelle!"-concluse il tipo.

"E’ strano,ma è proprio ciò che stavo cercando anch’io!"-si entusiasmò.

"Dunque la mia ricerca è terminata!Ho trovato l’anima gemella!"

"Si, però ora devi dirmi chi sei."

"Dunque non l’hai ancora capito?-e concludendo si spiegò-:sono l’altra metà di te stesso!Da oggi ci siamo ritrovati e vivremo sempre insieme:io ti sosterrò con la mia creatività e tu mi aiuterai con il tuo ragionamento.Saremo vincenti!"

"Qual’è allora il tuo nome?"

"Inconscio"

 

 

 

 

Abbiamo dunque valutato come nella persona il Conscio e l’Inconscio siano imprescindibili e gestiscano la

nostra vita alternandosi alla guida della  mente in modo automatico.

La saggezza della persona  sta nel bilanciamento, nell’alternanza equilibrata dei due elementi.

Infatti, è palese dirlo, alcune nostre funzioni devono seguire una logica razionale, matematica, consequenziale:

un’opera d’ingegneria come un ponte ad esempio, deve rispondere a regole della statica e della dinamica ben

precise; in questo caso la mente creativa deve essere subordinata a quella razionale.

Un affresco deve al contrario lasciare alla razionalità solo le tecniche ed i materiali di realizzazione, mentre

l’opera in sé è creatività, è luce, fermento, spirito, intuizione.Anche in questo caso, però se la tecnica non è

perfetta, l’opera si perde nel tempo come alcuni affreschi di Leonardo da Vinci.

Un buon suggerimento per valutare il "bilanciamento" delle persone ,consiste nel raccontare loro una

barzelletta inconsueta: se ridono subito, sono intuitive; se ridono dopo, sono più razionali; se smontano la

barzelletta pezzo per pezzo per trovarne il senso comico sono... irrecuperabili!

La mentalità occidentale è più razionalistica, organizzativa: quando è portata all’eccesso, scompensa nello

stress, e, più ancora, nelle sintomatologie psico-organiche, o nelle vere e proprie patologie organiche o mentali.

Quella orientale è sbilanciata al lato opposto, perciò è più semplice trovare modelli semplificati, funzionali, ma

incapaci di meccanicismi: in tal modo, quando si devono gestire o instaurare forme di governo che vadano oltre

quelle tribali o rigidamente monarchiche o religiose, il sistema entra in crisi e scoppiano le rivoluzioni

sanguinarie.

Naturalmente non è tutto così semplice: si tratta solamente di esemplificazioni atte a far comprendere i concetti

di cui sopra. Per buona sorte di tutti noi (ed anche per gli specialisti del settore) esistono diverse sfumature tra il

bianco ed il nero, in modo tale da permettere talvolta di ottenere buoni risultati solo con piccole correzioni di

rotta.

 

 

Ed ora, un'altra storiella per fissare i concetti.

 

 

·      *

·       

Seconda storiella : Il calcolatore ovvero del razionalismo spinto

 

Il Rag. Aristide Diotallevi era un uomo assai preciso: il classico calcolatore di ogni minuto della sua giornata che

 

iniziava come di consueto, da sempre, alle sette precise; un quarto d'ora di ginnastica, poi in bagno fino alle sette e

 

trenta, ora di colazione.Ore otto in ufficio, ore dieci pausa caffè, ore dieci e quindici ripresa fino alle dodici e trenta, poi

 

pranzo e ripresa del lavoro fino alle diciassette. Diciassette e trenta, ritorno a casa con pisolino fino alle diciotto,

 

telenovela fiume fino alle diciannove, poi cena, telegiornale, varie ed eventuali fino alle undici, ora in cui spegneva la luce.

 

Questo ritmo ormai ventennale continuava anche la domenica, quando alle ore d'ufficio, sostituiva quegli hobby tipici

 

come il collezionismo.

 

Mai il cinema, mai il teatro, mai il fine settimana al di fuori delle quattro mura domestiche.

 

La sua meticolosità era applicata in ogni attività: la vita era un calendario zeppo di appunti.

 

Passando gli anni la sua salute, della quale non si era mai occupato molto, considerandosi fatto di ferro, incominciò ad

 

arrugginire (o vaghe cose terrene) e fece capolino nella sua mente la possibilità che un giorno o l'altro una brutta signora

 

vestita di nero, avrebbe potuto fargli visita; non si spaventò, decidendo di aggiungere alla lista di "calcolo" anche la cura

 

della salute.

 

Consultatosi con il suo medico di famiglia, fu sorpreso da quest'ultimo quando gli comunicò di non aver trovato nulla di

 

particolarmente anomalo nel funzionamento del suo organismo se non un normale rallentamento della funzionalità

 

generale, dovuto più che altro alla inesorabile vecchiaia.

 

"Da parte mia -disse il saggio uomo- non le prescrivo nulla, se non un adeguamento della sua attività all'età che ha ed

 

alle capacità del suo sia pur integro fisico".

 

"Ma -lo interruppe il Rag.- non sarebbe opportuno eseguire delle indagini più approfondite, un check up generale?"

 

"A mio parere no, ma se è per la sua tranquillità faccia pure".

 

Il risultato delle analisi rispecchiò ciò che il medico aveva previsto: nulla in particolare, solo un minimo di deficienza

 

funzionale globale.

 

Una persona qualunque in questi casi scrolla le spalle e si "adatta" alla nuova situazione, conscio del fatto che la vecchia

 

di per sé è una malattia e che se in fondo quel fisico gli aveva permesso di giungere fino a quell'età, tutto sommato, non

 

era da buttar via; ma il ragionier Aristide Diotallevi aveva altre vedute e, organo per organo, consultò i migliori specialisti

 

che naturalmente non persero la ghiotta occasione di farsi un buon cliente.

 

Cosicchè la giornata del "calcolatore" non era più scandita dal ritmo delle ore ma da quantitativi pazzeschi di pillole,

 

sciroppi, soluzioni, supposte, iniezioni che, ordinate per colore, avrebbero fatto invidia a tutti gli arcobaleni e scale

 

cromatiche del mondo.

 

Si sentì arrivato.

 

Si sentì grande.

 

Sentì di aver forse sconfitto la morte o di averla allontanata di quel tanto che sarebbe stato necessario per riorganizzarsi.

 

"Sì -pensò- io, ragionier Aristide Diotallevi, ho dimostrato come l'imprevedibile possa essere preparato, il futuro possa

 

essere il presente, il raziocinio prevalere sull'istinto e sul dubbio. Il futuro è incerto? Balle, il futuro è nelle mie mani perchè

 

io l'ho plasmato.

 

 Disprezzo i deboli che vivono alla giornata sperando o che attendono le "intuizioni"; peggio ancora

 

coloro i quali nei momenti di difficoltà invocano Dio: si meritano ogni male poichè incapaci di un minimo (!) di programma

 

e si affidano alle immagini terapeutiche di feticci di legno o gesso o, peggio ancora, agli psicologi".

 

Il Rag. Aristide Diotallevi commise due gravi errori: il primo, con conseguenze future di cui non tocca a noi occuparci,

 

fu il terribile peccato di superbia perpetrato ed amplificato dagli anni;

 

il secondo, con conseguenze immediate, fu di dimenticarsi che stava salendo le scale e, distratto dalla sua vanagloria,

 

ahimè, dimenticò di conteggiare l'ultimo scalino, inciampò e cadde ruzzolando per tutta la rampa delle scale spaccandosi

 

la testa contro lo stipite in marmo della porta dell'ascensore.

 

Penso però che, in fondo, sia morto contento e soddisfatto: secondo il suo stile di pensiero, il cranio si fratturò in modo

 

perfetto, netto, chirurgico, facendolo defungere sul colpo ed evitandogli così lo stato di "non essere" del coma.

 

Sic transit gloria mundi! (Così passa la gloria del mondo)

 

 

 

 

 

Il grottesco atteggiamento del Rag. Aristide Diotallevi verso la vita è probabilmente almeno in parte, frutto dell'educazione manieristica ricevuta.

Sappiamo che i primi sei anni sono fondamentali per la costituzione della personalità del bambino:le esperienze che verranno in seguito contribuiranno a sviluppare il percorso che però è già stao segnato nel bene e nel male.

Pertanto eventuali traumatismi emotivi e fisici indotti o gestiti o fatti subire al bambino dagli adulti, innescano dei meccanismi difensivi che possono in seguito ingenerare dei comportamenti patologici nella vita adulta.

E' discutibile invece che tutta la nostra vita dipenda dai comportamenti appresi da bambino; se ciò fosse vero equivarrebbe ad un blocco evolutivo della persona limitato al periodo infantile, senza ulteriori possibilità.

Egli si ispira a modelli che, in casi particolarmente sfortunati, possono essere solo negativi, ma che in realtà sono riferiti a più figure o modelli che la mente sceglie per compensazione.

Nell'ambito terapeutico poi, le scuole di pensiero si accapigliano sul fatto che sia sempre necessaria una regressione al periodo infantile per le soluzioni dei problemi: in alcuni casi però la presa di coscienza della persona adulta su comportamenti reattivi "infantili" può automaticamente innescare delle reazioni terapeutiche autonome.

In questi casi l'ipnosi può far rivivere più rapidamente la regressione;

l'intervento ipnotico terapeutico costruttivista non disattende le barriere difensive ma pone la mente inconscia libera di creare dei procedimenti di autoguarigione senza tuttavia porre dei suggerimenti forzati; riteniamo cioè che il soggetto abbia già le chiavi di lettura del problema, ma eccessivi razionalismi ne possano bloccare il meccanismo.

Dunque si possono abbattere le barriere difensive non già per "far entrare" dall'esterno una soluzione, ma per permettere che essa possa "uscire".

E' indiscutibile comunque -lo ribadiamo- che negli anni dell'infanzia l'equilibrio psicoemotivo si formi sui comportamenti appresi (o subiti) da parte dei genitori. Per questi motivi l'educazione basata sulle regole del genitore direttivo-negativo (vedi Analisi Transazionale), magari anche violento, non potrà che perpetrare tali atteggiamenti negativi anche sui figli dei figli quando anch'essi diventeranno genitori( anche se in buona fede);

persone che sono state abituate a misconoscere l'amore genitoriale sotto forma di paure secondo l'equazione:

'mi sono comportato/a male---->mi punisci perchè mi vuoi bene', si allenano così intensamente a reprimere le emozioni che squilibrano l'asse emotivo solo sul versante razionale, dove la parola "amore" non sparisce dal vocabolario, ma ne perde di significato.

D'altronde per interpretare compiutamente l'assioma "per Amare bisogna soffrire o far soffrire", occorre quantomento trascendere da questa realtà terrena: ma non si può pretendere da tutti noi un processo di santificazione.

Intendiamoci: non si vuole sostenere che un ruolo genitoriale prescinda dalle regole; si può pretendere però che l'educazione possa e debba essere impartita affettivamente, anche senza troppe spiegazioni razionali, ma con l'esempio di comportamento e con grande rispetto per i nostri figli, anche se piccoli.

Ciò innesca nei bambini il salto di qualità secondo il terzo principio della Cibernetica, punto di partenza per nuovi sviluppi.

Antichi detti quali:

"I figli devono vedere solo il bianco degli occhi"

oppure

"Bacia i tuoi figli solo di notte, quando dormono"

sono emerite, dannose stupidaggini di cui  pagheranno da adulti le conseguenze.

Dunque le "vittime" di tali sistemi educativi, hanno due possibilità:

le più rigide continueranno a sviluppare tale modello imbrigliandosi in un bozzolo di rigidità che finirà con lo spezzarle, continuando sulla strada della negazione emotiva come nella storiella del Ragioniere;

altre, più fortunate, o dotate di un "fermento emotivo" più efficace, manifesteranno il loro disagio con le somatizzazioni corporee, essendo il corpo depositario di un linguaggio dei segni antico come l'uomo.

Tali somatizzazioni -non ci sforzeremo mai di ripeterlo- sono spesso un segnale, un allarme che entra in funzione

prima che il danno sia irreparabile.

"Tutto ciò nega di fatto che sia possibile guarire solamente in virtù di sentimenti e pensieri positivi" (Alice Miller) così d'amblè aggiungiamo noi, mentre emozioni negative avvelenano il corpo: finchè le motivazioni di quei sentimenti rimangono sconosciute o vengono ignorate, non vi è alcuna possibilità di liberarsene.

L'Ipnosi può accelerare questo procedimento di conoscenza; fatto questo ci si può dar pace su due momenti fondamentali della terapia:

 

a) il proprio passato non lo si può cambiare, ma presone atto, si possono estrapolare le esperienze positive da poter utilizzare nella realizzazione di un nuovo progetto di vita futuro;

 

b) è illusorio, pretestuoso ed inutile cercare di cambiare il mondo intorno a noi se prima non cerchiamo di cambiare noi stessi: se poi "il mondo è la conseguenza e noi ne siamo la causa", meglio ancora, altrimenti sono le "battaglie contro i mulini a vento" (Cervantes).

Molti fra voi lettori potrebbero obiettare che se tutto ciò che è stato detto avvenisse in realtà, la situazione sociale, psicologica del mondo va ancora fin troppo bene!

Come ho detto in precedenza, si può ipotizzare che nello slancio di sopravvivenza, la persona cerchi altri esempi, altre figure di riferimento (i testimoni soccorevoli della Miller): quando ciò avviene si può verificare quantomeno una presa di coscienza emotiva che permette alla persona di resistere.

 

Ho alcuni esempi forti da proporvi e questa volta non sono ahimè favolette ma storie di  persone che oggi non ci sono più.

 

 

Terza storiella: Vita vissuta ovvero modelli educativi

 

 

B&L

 

Quando vidi quella vecchia fotografia color seppia tipica degli inizi del '900, ne fui turbato: quei due bambini di tre e sei anni così teneramente abbracciati, in fondo avevano già scritto il proprio destino su quella pellicola. Rivederli dieci anni dopo la morte di lei e ben quindici dopo quella di lui, mi diede da pensare.

Siamo negli anni trenta, lui del '930, lei del'933. Famiglie forti, autoritarie già di per sé, ancora con il sistema educativo immerso nel momento storico in cui l'essere amorevoli poteva essere interpretato come un segno di debolezza.

La madre autorevole, ma soprattutto autoritaria, vittima a sua volta di una madre che puniva con il bastone ogni mancanza; il padre buono oltre ogni dire: d'altronde il prezzo pagato per una accettabile convivenza non poteva che essere quello di una sottomissione, un "down" come si direbbe oggi; ma assente, tutto dedito al lavoro ed agli amici e totalmente delegante alla moglie l'educazione della prole (come si usava d'altronde in quegli anni): moglie che in quest'assenza, doveva essere padre e madre contemporaneamente.Poco spazio al dialogo con i figli ("quando vuoi parlare impara a star zitto"), poca o nulla possibilità all'errore ("neanche le foglie devono sapere ciò che hai fatto: vergogna!), quando per "errore" si intende un piatto rotto o acqua versata sul pavimento.

Una strategia educativa che non lasciava scampo, che bloccava le emozioni in funzione di ciò che avrebbe potuto dire o pensare la gente.

Per completare l'opera, alcune tappe scolastiche gestite dai religiosi di quel tempo, più inclini alle punizioni secondo le regole del codice canonico che alll'applicazione della parola di Cristo. Risultato: ragazzi prima e persone poi apparentemente temprate nell'acciaio.

Così si arriva negli anni '60, momento dei primi fermenti di ribellione giovanile.Ci sono le scelte difficili da fare: i matrimoni, i cui candidati devono passare sotto il giudizio della santa Inquisizione Famigliare. In quei tempi (ma anche oggi) si era portati a valutare:

a) la famiglia di provenienza

b)la posizione sociale

c)la dote

L'ultimo dei problemi era il rispetto della scelta dei contraenti.Era necessario che a+b+c coincidessero con le aspettative famigliari, in caso contrario c'era il veto; in questa maniera le prime "scelte" talvolta vengono sacrificate in funzione delle "seconde"  e se tali scelte non fossero state adeguate, pazienza, "tanto sono giovani!". E così i nostri eroi sposano magari le persone meno adatte o quantomeno quasi sconosciute, visti i brevissimi fidanzamenti durante i quali  i momenti per conoscersi e per poter parlare sono solo di poche ore magari sotto il controllo di un parente ( "perchè il fuoco vicino alla paglia brucia" ). Intendiamoci: per conoscere una persona non è obbligatoria una convivenza prematrimoniale che personalmente ritengo deleteria alla futura coppia, al di là di ogni valutazione morale; credo infatti che i primi anni di matrimonio debbano avere un atteggiamento di critica assai basso, dovuto alle scoperte erotiche, emotive, dell'innamoramento insomma.Questo permette di compensare gli inevitabili sconnessi dovuti all'adattamento di due persone che decidono di condividere un progetto futuro; al termine della fase di innamoramento, anche se aumenta il livello di critica, il progetto è già avviato e per inerzia continua. Però i matrimoni quasi combinati, possono diventare esperienza di martirio soprattutto quando poi arrivano i problemi del lavoro, dei figli, ecc.

Le fantasticherie, i sogni sono morti all'alba.

Cosa fanno le persone adulte che improvvisamente diventano genitori? Mettono in pratica l'unico modello educativo che conoscono.In questo caso, però assistiamo ad un atteggiamento dicotomico tra fratello e sorella: pur partendo da basi comuni, lei è avvantaggiata dall'ormone della maternità che in parte mitiga o fa emozionare trasformando l'autoritarismo in dolcezza; inoltre ella ha eletto il fratello come figura maschile di riferimento essendo il marito assai vacquo sotto quest'aspetto; inoltre il fratello ha  un atteggiamento assai dolce, comprensivo nei suoi confronti: come tra naufraghi, c'é una solidarietà non scalfibile dagli eventi. Come padre invece, si sente investito dell'autorità genitoriale, anche se adattato ai tempi che cambiano. Tra i due fratelli egli è più solo, compreso fra una madre ed una moglie, peraltro assai vacqua ed insipida, che si dimostrano palesemente la loro antipatia contrastandosi su tutto.

Ed i figli?

Il figlio di lei riesce a trovare diversi punti di riferimento sia maschile che femminile (zii, zie e nonna, perfetta in quel ruolo) sia durante l'infanzia che durante l'adolescenza. In gioventù trova la donna giusta della sua vita che condivide con lui ideali e progetti, si autonomizza malgrado i dubbi della madre che ancora ha i retaggi del suo passato e raggiunta una posizione sociale, si sposa, sganciandosi dal nucleo famigliare originario.I figli di lui, cresciuti alla scuola della severità (padre) e dell'indulgenza demolitiva del modello autoritario ma che, si badi bene, non viene sostituito validamente da un altro modello chiaro e definito (madre), in gioventù diventano entrambi ribelli ed appena possono, mentalmente e fisicamente, fuggono: una vita punk per lui, una vita verso la chimera dell'astrattismo dell'arte e del teatro, lei.Ora anch'essi hanno famiglia con più bassi che alti: un figlio naturale per lei, una famiglia numerosa per lui, andata spesso in crisi.

Ed i genitori?

Lui, al culmine delle preoccupazioni, senza una figura di riferimento consolatrice, sviluppa un cancro sistemico e dopo alcuni anni di agonia, recuperando però anche se tardivamente emotività al di fuori delle regole con la sua famiglia, muore santamente offrendo le sue sofferenze a Dio.

Con il decesso del fratello a lei manca improvvisamente il faro nella notte, pur restando i genitori vecchi a cui, inconsciamente, presenta il conto di cause e concause di fallimenti emotivi; il doppio legame tra vittima e carnefice si manifesta fisicamente ogni volta in cui ella deve accudirli: un obbligo infarcito di lamentele.Nel frattempo anche il figlio si è sposato, andandose con lui anche un altro punto di riferimento.

Tre anni dopo ella sviluppa un cancro al seno che la uccide trenta giorni dopo la morte del padre (deceduto a novanta), a cinquantanove anni d'età.

                                                                           

*  *

 

Naturalmente non si deve pretendere di giustificare ogni grave malattia con la psicologia, altrimenti i medici non avrebbero più scopo di esistere ed invece, fortunatamente ci sono; ciò che intendo dire è semplicemente che talvolta la medicina si limita al problema più evidente, cioè la malattia e si accanisce giustamente in ogni tipo di terapia senza tener conto della globalità del paziente. Se cioè in quelle cartelle anamnestiche che vengono compilate da ogni medico quando viene a conoscenza del malato la prima volta, ci fosse anche una cartella di anamnesi psicologica, forse le cure otterrebbero risultati migliori in tempi più brevi e con costi più contenuti sull'intera spesa sanitaria; se il professionista non fosse disturbato (per il 70% del suo lavoro) da pratiche burocratiche molte delle quali servono solo a giustificare pazzeschi iter di presunto risparmio economico ma che in realtà  fanno tracimare la spesa globale, forse avrebbe più tempo;  se i sanitari non si dotassero di un  eccesso di tecnologia ma passassero più tempo ad ascoltare il paziente,forse le cose ed i costi andrebbero meglio.  Ma occorrerebbe prima convincere i politici; educare i medici rassicurandoli sul loro prestigio che non verrebbe ridotto ma incrementato;  ascoltare i pazienti; fare i conti del sistema globale ed infine renderlo operativo. Fantascienza, appunto!Eppure ve lo dice una persona che i migliori successi clinici li ha ottenuti da quando parla meno ed ascolta di più; ed ormai, dopo quasi vent'anni di professione, posso affermare di avere una casistica vasta ed aggiornata.

Attualmente le categorie in questione ragionano come quei due vecchi chirurghi in pensione che, non avendo più null'altro da dire, dialogano sui massimi sistemi nei giardini del pensionato di lusso nel quale entrambi sono ricoverati. Ad un certo punto la discussione verte sulla parte spirituale delle persone, cosa sulla quale entrambi sono molto scettici. "Sai -dice uno all'altro- dopo molti lustri di professione mi sono convinto che i preti dicono solo delle balle in merito alla questione dell'anima. L'anima non esiste. Eppure ti posso assicurare di averla cercata con coscienza e scrupolo in ogni dove."

"Ma dove l'hai cercata?"

"Vecchio arteriosclerotico di un medico, ma dove vuoi che l'abbia cercata! Se essa è un tutt'uno con il corpo, l'ho cercata nel corpo! Ho frugato ovunque, dentro e fuori i visceri, nelle loro vicinanze, ma nulla, non l'ho trovata. Per questo affermo che non esiste: non c'é."

L'altro, vecchio neurochirurgo in pensione, resta sovrappensiero per alcuni minuti. Poi, ciondolando la testa con afflizione, afferma:

"Hai ragione, non puoi che avere ragione. In tutte le teste che ho aperto, non sono mai riuscito a trovarci un pensiero. Che fregatura!"

Meglio descrivere un altro caso, grave sì ma a lieto fine.

 

 

Storia reale: La signora G (somatizzazione)

Conosco la signora G. dagli inizi della professione, da quando cioè era felicemente sposata con il marito, alto funzionario di assicurazioni.

Una vita normale la loro, non allietata da figli, ma senza  problemi economici al punto che il marito la volle a casa dall'attività lavorativa (era insegnante in un istituto tecnico): una fortuna la loro fatta da sè, con i sacrifici di una vita. Lei non si occupava di problemi casalinghi, ma teneva la gestione globale (registrazione contratti, ritiro affitti, acquisti, vendite ecc.) delle società immobiliari di cui erano divenuti proprietari.Vivevano in simbiosi, un' unione che era nata e si era consolidata durante gli anni della guerra e con i sacrifici della ricostruzione. Festeggiati i cinquant'anni di unione, ecco che lui si ammala di cancro al pancreas ed inizia il solito calvario delle coppie sole che devono sopportare e supportare la malattia del coniuge che viene in parte fatta propria. Tre anni passano così, lentamente con le ore gestite dagli orari delle terapie e dai dolci ricordi di gioventù.

Alla fine il decesso, che lascia un vuoto considerevole nella donna la quale però, vuoi per le responsabilità acquisite, vuoi per la convinzione di perpetrare la volontà del marito, continua ad occuparsi delle sue gestioni patrimoniali, anestetizzando almeno apparentemente, il dolore subito.

Ma la mente inconscia non la puoi ingannare, ed il corpo, suo linguaggio, tantomeno: l'anno seguente si ammala di cancro al seno.

Tenete presente che la mente sceglie organi ben precisi per comunicare il suo disagio: il seno è simbolo di affettività e maternità nella donna e pertanto un disagio basato su un disturbo grave dell'affettività, si manifesta in quell'ambito. Non temete, riprenderemo quest'argomento in modo  approfondito più in là.

Chissà perchè (!) talvolta hai fin da subito la sensazione che le cose possano andare a finir bene; dalla diagnosi all'intervento passarono pochi giorni e la paziente poteva considerarsi chirurgicamente  guarita. Restava paradossalmente la parte più impegnativa da svolgere, cioè il recupero psicologico che, ne ero convinto viste le origini della malattia, sarebbe stato terapeutico sul lungo termine, impedendo cioè una disseminazione metastatica o la più probabile recidiva locale.

Basai inizialmente la terapia solo sull'ascolto libero, lasciando alla signora G.la possibilità di esprimersi  a trecentosessanta gradi; dopo qualche incontro, sempre svoltosi a casa sua, la orientai a raccontarmi come si erano conosciuti ed i primi anni della loro vita da fidanzati; in seguito, facemmo anche una puntata sulla sua vita infantile e di adolescente, sui ricordi paterni e materni. Infine buttai lì il termine "Ipnosi", suscitando in lei una notevole curiosità. L'ipnosi non è consigliabile applicarla ad una persona già avanti con gli anni, visto che effettivamente con gli anziani funziona prevalentemente la suggestione, che comunque è una forma di trance; mentre con i bambini funzionano decisamente meglio le metafore.

Diciamo che il periodo ideale per poter lavorare con le trance è dopo i dodici e prima dei sessantacinque anni d'età.

Ella incominciò ad interessarsi al mondo dell'ipnosi ed io approfittai di quella trance suggestiva per raccontarle i casi clinici più interessanti e curiosi. Notai che ciò le procurava una sorta di benessere interiore poichè la metteva in relazione con il mondo del dolore e del disagio a cui anch'ella in fondo, apparteneva. Capì di non essere sola nella sua sofferenza, al punto di commuoversi per casi che riteneva più bisognosi e meritevoli d'aiuto di quanto, obiettivamente, fosse il suo.

Qualcuno potrebbe correttamente obiettare che anche nelle terapie tradizionali avviene una cosa del genere; effettivamente è vero, però in questo caso, usavo ed uso le tecniche di trance indiretta, quelle dette appunto mascherate.Tali modalità induttive, che vengono spiegate altrove, consistono prevalentemente nell'utilizzo di tecniche indirette per abbattere come di consueto le proprie resistenze ed riattivare il metabolismo costruttivista delle proprie emozioni e dei propri pensieri; per intenderci se io spiego ad una persona che si lamenta a torto o a ragione del proprio stato, che ha torto considerando le miserie del mondo che sono sotto gli occhi di tutti, dò una lezione. La persona come minimo si inquieta, non accetta la "predica" (perchè voi l'accettereste?), e se ne va con i nervi pensando che "Anche questo è come gli altri, nessuno mi comprende".Triplo risultato fallimentare.

Ma se il terapeuta reagisce con frasi del tipo " Comprendo i suoi problemi, perciò le chiedo di ascoltare questo fatto e di darmi un suo giudizio, che io, francamente non sono riuscito a spiegarmi!". In tal caso si può riportare un fatto vero o verosimile e comunque verificabile su situazioni più drammatiche o paritarie, terminando con frasi tipo " eppure, malgrado la situazione, quelle persone davano l'idea di essere felici. In cosa può consistere la felicità?"

Certo, anche in questi casi la persona può alzarsi ed andarsene, oppure no: talvolta necessitiamo di un certo tempo per analizzare il problema; però sicuramente abbiamo spostato l'interesse, abbiamo creato un aura emotiva ed una complicità responsabile poichè la persona è investita del ruolo di collaboratore del terapeuta, anzi, deve aiutarlo a capire ( sperando che poi non vi chieda la parcella per la consulenza!).

Le tecniche di trance indiretta vengono molto utilizzate in ambito pubblicitario o politico: hanno tutte lo scopo di abbattere le barriere della ragione, per far passare un messaggio chiaro, lampante, immediato.

Dopo un pò, vi sarete chiesti perchè avete speso tutti quei soldi in un inutile cellulare che invia immagini, quando a voi era sufficiente una semplice telefonata;

oppure, inbottigliati nel traffico cittadino, perchè avete speso trentamila euro nell'acquisto del fuoristrada ultimo modello che viaggiava fra le dune, quando quel pirla in cinquecento che è davanti a voi è bloccato nella stessa coda. Ma chi è il vero pirla?

Vi ricordate i libri del Guareschi di Don Camillo e Peppone? Quando Peppone faceva i suoi spropositati ed ingarbugliati discorsi politici, nessuno capiva nulla se non quando il saluto finale era "Viva l'Italia o Abbasso i Fascisti!", allora scoppiava l'applauso: il messaggio era chiaro.

Alle prossime politiche, provate ad ascoltare qualche comizio con quest'ottica e vi renderete conto che "...tutto è ipnosi..." come diceva Milton Erikson.

La signora G. è a tutt'oggi in buona salute, malgrado gli acciacchi dei suoi ottantasette anni; il male è  un ricordo che ha già due lustri, continua a gestire il suo patrimonio in modo assolutamente indipendente ed esige di essere informata due volte al mese dell'andamento dei miei casi clinici.

                                                                            *  *

Dunque, i due esempi peraltro drammatici che ho descritto, dimostrano come entro certi limiti, la gravità della patologia possa essere messa in discussione soprattutto sugli esiti finali, in modo direttamente proporzionale alla situazione relazionale che le ruota intorno.

Senza però dimenticare mai il fattore casuale, da non considerare come "dito" dietro il quale ci nascondiamo per giustificare un fallimento, ma come inevitabile serie di inevitabili eventi.

Quando ci capita addosso un fatto, abbiamo due possibilità: la prima è di affrontarlo, la secondo è di obliarlo, dimenticandolo in un cassetto della mente. E' un pò quel che capita se vogliamo affrontare un problema di somatizzazioni con le terapie farmacologiche o con quelle psicologiche (attenzione non sto parlando di patologie psichiatriche che lascio ai colleghi specialisti e che devono essere trattate farmacologicamente, ma dei disagi psicologici che innescano alla lunga patologie o atteggiamenti patologici):

i farmaci sono utilissimi nella fase iniziale del problema, come supporto , come stampella.

Però finito l'effetto, o la persona ha costruito qualcosa e perpetra nel tempo il meccanismo che risolve o evita di ricaderci, oppure lascia le cose come stanno e presto o tardi il disturbo si ripresenterà. Si ripresenterà.

Dunque si possono, almeno nelle fasi iniziali e se necessario, opportuno e condiviso dal paziente, associare terapie farmacologiche; ma a patto di mantenere la volontà ed il desiderio di cambiamento, supportandolo appunto, con la psicoterapia o con l'Ipnosi.

La vita, fino all'ultimo afflato, ci lascia comunque aperte delle possibilità di scelta: sta a noi decidere, prima che sia troppo tardi.

Ora un'altra storiella grottesca che ho intitolato "Il cliente".

* *

 

Quarta storiella : Il cliente ovvero dell’ineluttabilità

 

"...Scusi avvocato?"

La segretaria si affacciò titubante alla porta d'ingresso, ben conoscendo la risposta dell'uomo quando non voleva essere disturbato.

"Che diavolo vuole, accidenti. Non lo vede che sono occupato? Forza, su -scalpitò- mi dica che ho da fare!"

"Ecco, ci sarebbe...c'è un cliente che non ha l'appuntamento ma che vorrebbe essere ugualmente ricevuto; dice che si tratta di una faccenda seria"

" Ma cosa vuole che me ne importi delle sue faccende serie, IO HO DA FARE; e poi non ci sono solo io al mondo di avvocato. Che vada al diavolo."

La segretaria prese coraggio inspirando forte l'aria dentro ai polmoni, poi la fece uscire di botto:

" Mi permetto d'insistere signore: è un tipo...strano, bizzarro e poi me lo ha chiesto con molta insistenza!"

L'avvocato non poteva credere alle sue orecchie: era la prima volta che , dopo tanti anni, Gisella insisteva." Deve essere qualcosa di veramente grosso -pensò- oppure c'è qualche interesse personale sotto". Un'idea pruriginosa gli venne in mente come una mosca che, noiosa, si pone sul naso; ma pensando all'età di Gisella ed al suo aspetto, subito la scacciò.

"Va bene Gisella, se ha pazienza di aspettare lo riceverò. Per ultimo."

                                                                                   *

La pendola della grande sala suonò le dieci e l'avvocato riemerse dalle sue carte come da un sogno.

" Così tardi! Porca l'oca!"

Mentre si affrettava a riordinare le sue carte nella valigetta, gli tornò alla mente il tipo che aveva tanto insistito per farsi ricevere. "Chissà che fine ha fatto quello; si sarà stufato e se ne sarà andato. Bah -continuò infilandosi il cappotto- impari a telefonare, prima. Che razza di gente -disse mentre usciva dallo studio- come se il legale fosse a disposizione di tutti come il medico della mutua!"

Rimase costernato a vedere che colui che lo stava spettando era ancora lì! Ma più ancora lo sorprese l'aspetto del cliente.

Era infatti costui vestito di un lungo saio nero con il cappuccio tirato sugli occhi. E ciò malgrado fosse seduto vicino al termosifone; non dava segni di vita: sembrava un attaccapanni con sopra un vecchio saio cappuccino.

" Brrr. Sembra la morte in persona.Mah, forse è qualche grana con i frati del monastero qui dietro".

Proprio in quel momento, il saio sembrò prendere vita, si alzò in piedi domandando con voce profonda:

" L'avvocato Martinpescatore?"

"Sì -rispose con tono un poco tremulo- con chi ho il piacere...?"

"Nel suo studio, prego."

" Ah già, mi scusi".

Entrando nel suo studio e sedendosi al suo posto alla scrivania, l'avvocato si riscosse dandosi il tono abituale e, indicando la poltrona riservata ai clienti, disse con voce rinfrancata:" Desidera?"

" Lei voleva sapere chi sono"

" Beh, mi pare che il professionista debba conoscere il suo cliente prima di prenderlo in carico ammesso che la cosa sia fat..."

"Sono la Morte"

Un silenzio cupo, pesante come i tendaggi di un cinema.

Dopo qualche minuto l'avvocato disse bruscamente:" senta Carnevale è già passato, mi dica chi è, cosa vuole, oppure se ne vada perchè sono stanco, ho fame, ho sete, ho sonno, ed ho pure i coglioni rotti". E incrociate le braccia, aspettò una risposta.

" Amico mio, si figuri se dopo una giornata di lavoro, del mio lavoro, ho voglia di scherzare. Pertanto risponderò alle sue domande in modo preciso.Primo, non mi tolgo l'abito poichè penso non le farebbe piacere vedere come sono veramente; secondo, ho diversi nomi, soprannomi, diminutivi più o meno alludenti. vanto addirittura delle metafore ed innumerevoli storie e storielle, ma, in definitiva, sono stata creata con il nome di Morte e così mi piace farmi chiamare; terzo, quanto a cosa voglio...beh, mi pare ovvio, no!"

" Ma mi faccia il piacere! -si ribellò l'avvocato- ed anche se lei fosse la Morte come dice dice essere, credo proprio che abbia sbagliato indirizzo sa? Ma come: ho cinquant'anni, una moglie, due figli, un magnifico ed assai remunerativo lavoro e lei viene a trovarmi adesso! Ma ripassi fra una quarantina di anni, per favore!"

La Morte, guardando il cielo sospirò:" Tutti uguali, ma perchè non si fidano mai?" Poi con pazienza estrasse dalla manica il notebook.

" Dunque vediamo -disse facendo scorrere le pagine elettroniche- D,E, Effe,Emme,Man,Map, Mar.......Martinpescatore avvocato Giuseppe, nato a...il...sposato con...Sì -disse soddisfatta- tutto coincide, è proprio lei; ma d'altronde era un controllo superfluo. Sono una professionista seria, sa?"

" Ma non è possibile -balbettò l'avvocato- proprio oggi?"

"Sì, oggi tre marzo duemila...; deve sapere caro avvocato che gli appuntamenti vengono continuamente aggiornati, con tutto il lavoro che c'è da fare nel mondo! Comunque l'errore è possibile ma assai difficile, visto il numero di impiegati che ho al mio servizio."

L'avvocato non era più in grado di parlare ma una parte del suo cervello funzionava ancora. "Giuseppe -gli diceva- sei impazzito a prestar fede a tutto ciò? Ragiona razionalmente, da avvocato. Non può che essere una burla, un tiro fatto da qualche tuo amico, chissà Mario o forse quel burlone di Andrea! Perchè non stai al gioco e ti diverti un pò? Al momento opportuno, gli strapperai quel maledetto saio di dosso e vedrai quale faccia si nasconda li sotto".

" Ebbene caro signore, pardon, signora, le spiacerebbe se prima di obbedire ai suoi comandi, discutessimo un pò tra noi? Un condannato...a morte ha pure il diritto all'ultimo desiderio!"

La Morte meditò un poco e poi, dopo aver frugato nella manica del saio, estrasse una clessidra che appoggiò capovolgendo sulla scrivania.

"Quando tutta la sabbia sarà passata di sotto, lei mi dovrà dare la sua vita o con le buone o con le cattive.Non perda tempo dunque, visto che non ne ha molto!"

"Innanzitutto sono curioso di sapere perchè a me è stato riservato un trattamento che sembra essere così speciale, mentre mi risulta che lei sia sempre ospite inaspettata e sopratutto...indesiderata!"

"Gli uomini si dividono in tre categorie -spiegò la Morte- Buoni (pochi), Normali (la maggioranza), Cattivi (molti).Questi ultimi peccano contro le leggi divine ed umane e soprattutto al momento del trapasso, sono totalmente impenitenti.Chi mi ha creata, ha pensato di concedere a lei ed a quelli come lei, l'ultimissima possibilità di redenzione."

Egli rise tra sé " Però, che artista, dovrò informarmi su che palcoscenico calca abitualmente!" Poi per un attimo si fece serio.Solo una volta in tutta la vita aveva pensato all'esistenza di un altro mondo dopo la morte ed alla mamma che gli suggeriva secondo le parole di Pascal, di comportarsi bene  che ne avrebbe tratto comunque giovamento, rispose con la battuta " Ehi, dimentichi che sono un avvocato!" e la riflessione sull' al di là finì così.

" E scusi - chiese alla Morte- quale fine mi suggerirebbe?"

" Già, avevo dimenticato -disse quest'ultima- può scegliere quella che preferisce, naturalmente: violenta, per malattia, con o senza agonia, con o senza sofferenza ecc. Questo è un dettaglio irrilevante rispetto al mondo senza tempo che rappresento; c'è una postilla da aggiungere in calce al contratto che a breve firmeremo."

"E quale sarebbe?"

" Si tratta di una clausola che le permetterebbe di cancellare di colpo tutti i suoi debiti con la coscienza, e presentarsi candido dall'Altra Parte. In buona sostanza, lei offre la sua vita in cambio di una vita e lascia fare tutto a Me."

"Lei che ne pensa?"

"Se fossi in lei, l'accetterei. Dare la propria vita è un atto formidabile poichè ricalca le epiche gesta di Colui che...;inoltre farebbe un favore a me personalmente."

"Cosa?"

" Beh, le confesso che delle volte ho io stessa delle cadute di autostima ed alla lunga cado in depressione.Vede, spesso mi chiedo perchè sono stata creata.Questa domanda rivolta qualche millennio fà ad un filosofo, prima che lo portassi con me, mi fruttò la seguente risposta " La coscienza di essere vivi sta nella certezza di morire". Sì, è una frase d'effetto, ma ogni tanto devo ripetermela. Me lo suggeriscono sempre anche gli psicoterapisti, ogni volta che propongo loro uno sconto di anni."

L'avvocato era al culmine del divertimento; decise perciò di stare ancora al gioco.

"Non mi interessa, anzi ora che dovrei farle pure un piacere, mi interessa ancor'meno".

" Come crede.Altri desideri, visto che ormai manca poco?"

"Sì, ancora uno.Voglio vedere che faccia da stronza c'è li sotto!" e con un movimento felino gli strappò il cappuccio.

Con sua grande sorpresa il saio era vuoto, nulla era rimasto.Si sedette in terra stupìto.Poi scoppiò a ridere, una lunga, isterica, folle risata.

                                                                            *  *

Qualche minuto dopo, l'avvocato chiuse la porta dell'alloggio che gli serviva come studio e, scese le scale, s’incamminò verso casa. Passando vide una chiesa con le tremule luci dei ceri che trasparivano dai vetri cattedrali. Gli vennero in mente le parole di quello strano personaggio e sull'ultima chance che gli aveva proposto.Due forze si combattevano in lui. Alla fine una vinse. Sputò per terra e si incamminò verso la fermata del tram.

"Certo che la stanchezza gioca brutti scherzi. Addirittura la morte venuta per me.Qual privilegio!Domani, giornata di vacanza; nessun impegno di lavoro, giornata con gli amici al golf. Ah, ecco il tram."

Non si sa come accadde.

Un grido disperato.

Uno stridore di freni.

Una pioggia di stelline.

Una testa che rotola sulla strada, leggermente in discesa.

 

 

Realtà virtuale : Emulazione di realtà

Ogni buon terapeuta, dopo anni di professione, si chiede se tutti i pazienti che riceve siano effettivamente dei malati bisognosi di cure (in senso lato) oppure dei millantatori che utilizzano il sistema per sentirsi solo ascoltati o un pò meno soli. Il dubbio viene quando, analizzando la scala dei valori materiali, morali, psicologici del benessere, ti accorgi che molte persone che non avrebbero nessun motivo per star male, in  realtà non stanno neppure troppo bene.

Il paradosso sta proprio in questo: occorre stare sempre un pò male per poter apprezzare quando stai bene. Badate che questa non è una affermazione basata su studi approfonditi di filosofia, ma una realtà quotidiana che viviamo sulla nostra pelle e che le nostre nonne, modelli di saggezza, ci ricordavano ogni giorno.

Il cervello è stato costruito per funzionare secondo un cliché psicologicamente ben definito che potremmo chiamare esperienziale:  per farla breve esso durante l'infanzia, crea un suo percorso evolutivo ed apprende, ad esempio ad associare forme con nomi in modo appropriato (un cavallo con il termine "cavallo", per esempio); poi unisce tutte questa parole insieme secondo un percorso di esperienze personali, condivise, confrontabili, muovendosi tra strade di logica consequenziale, fino ad elaborare una realtà virtuale in gran parte condivisa e condivisibile con i suoi simili. Oggettivando ed esportando questa serie di esperienze, egli forma una  realtà oggettivata . Così nasce la società, mondo ordinato e condiviso.

In questa struttura rigida di realtà per così dire reale ci muoviamo in modo automatico secondo regole comuni che abbiamo creato.

Il film Matrix ci insegna però che in fondo viviamo in una virtualità permanente che può essere manipolata in buona o in malafede, al cui gioco però, almeno fino a quando non ci viene manifesto, dobbiamo stare per il senso comune delle cose. Se siamo troppo alienati da una  società rischiamo di essere dei pazzi, degli schizofrenici che devono vivere in un mondo reale che si sono creati e che non possono condividere, nemmeno con altri pazzi; quindi sono isolati, come i malati d'altronde: la loro realtà di patologia e dolore li costringe alla solitudine per natura, non volendo altre persone entrare in un mondo di condivisione d'infelicità.

Il sistema per altri versi eccezionale, ha però come tutte le cose, la sua fallacità: se noi prendiamo un sacco e diciamo ai nostri amici che lì dentro c'è un animale chiamato "Sarchiapone" (ai più vecchi tra voi verrà in mente il compianto Valter Chiari) e chiediamo loro di descrivercelo, essi non ne saranno in grado poichè non possono associare il nome con una forma memorizzata. Per identificare una memoria storica al "Sarchiapone" occorrerà vederlo, tastarlo, annusarlo, misurarlo ecc.

Se poi troviamo un coraggioso che decide di infilare la mano nel sacco, comunque non potrà essere d'aiuto perchè descriverà una sensazione tattile  personale, ma magari diametralmente opposta a quella che il secondo amico coraggioso potrebbe fare, mettendo le mani dentro il sacco. Ciò a riprova che ciascuno "fa fuoco con la legna che ha" e con le esperienze personali confrontabili con la sua memoria storica: il "Sarchiapone"sarà una realtà virtuale soggettiva che per oggettivarsi necessita appunto di ulteriori elementi comuni condivisi.

Se viviamo perennemente in una realtà statica o dinamica che sia, e non siamo in grado di astrarci, poichè tutto, anche il benessere, si perde nell'abitudine, dobbiamo continuamente crearci delle emozioni negative per poter apprezzare quello che abbiamo. In fondo, come nella favoletta del Cliente, la Morte esiste per poter dare un senso alla vita.

E purtroppo è un sistema che per funzionare deve continuamente autoalimentarsi: chi fra noi non ha mai detto, dopo un'esperienza traumatica :" dopo quel che mi è successo, godrò di ogni opportunità della vita fino all'ultimo secondo e non mi lamenterò più, mai più".

Quanto è durato questo efetto benefico?

Qualche settimana?

Qualche mese?

Eppure le persone che, malgrado tutto, manifestano il loro malessere, sono la parte sana dell'essere che emerge; abbiamo infatti due possibilità di agire:

affrontare il problema e cercare il giusto equilibrio;

cercare di obliare il problema.

Il Carnevale

Ecco che arriva con il suo fragore Roi Carneval ed il suo effimero regno fatto di nulla, fatto di poco. Arriva e te ne accorgi di lontano, già ai primi del mese ed è una avvisaglia di polvere, coriandoli, trombette, scherzi, risa: l'uomo vuole dimenticare gli affanni nascondendoli o mistificandoli, ma quelli, i maledetti, lo aspetteranno al varco il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo.

Povero, piccolo uomo, sembri finto in un mondo finto.

Ma ascolta, uomo, perchè prima di far festa non risolvi i problemi che hai? Non credi che dopo lo gusteresti meglio?

Perchè non sfuggi all'effimero e non diventi felice risolvendo le infelicità altrui; perchè non guardi dentro te o intorno a te.

Sei perennemente in bilico fra vita e morte, a che giova obliare o ridere sempre?

Amico mio, ci vuole ben altro. Ci vuole amore.Quello resta per sempre.

Ecco, i carri sono passati con la loro polvere che non è polvere di stelle.

Son passati i fischi, i lazzi, gli scherzi, i suoni di festa.Solo i coriandoli sono rimasti sulla strada: presto verranno spazzati dal vento.

Ma quegli occhi del bambino che chiede di mangiare;

quelli del vecchio che chiede un pò d'affetto;

quelli della madre che non sa come mantenere i propri figli;

quei sei, seimila o sei miliardi di occhi che chiedono a te un pò di comprensione, non smetteranno di guardarti, anche se tu sfuggissi tutta la vita ovunque: essi sarebbero lì, implacabili.

Te la senti di sentirti osservato per sempre?

 

Talvolta per riequilibrare questo senso di inutilità e di frustrazione, proponiamo il Week End Terapeutico : passare un giorno intero nel dolore e nella sofferenza di coloro che non hanno più speranza o non ne hanno mai avuta; è incredibile come talvolta in costoro alberghi la serenità reale, vissuta: come può essere sereno un giovine malato terminale?

"Beh, sai sono riuscito ad organizzarmi le cose per bene; pensa ad una cosa buffa: morendo io, toglierò un carico di pene per tutti coloro che ci sono intorno".

Avete appena conosciuto un gigante in un mondo di nani.

Ora però una barzelletta si impone.

                                                                           *  *

Un Tale muore e si ritrova nell'al di là con un certo timore, memore di certe immagini attribuite al mondo dei più.

Si ritrova al cospetto di un gentilissimo signore che, con buona grazia, gli chiede dove desidera essere posto.

"Mamma mia, ecco i gironi danteschi!".Cercando di ricordare quale fosse il meno peggio, resta un attimo titubante.Il suo interlocutore, volendo toglierlo dall'imbarazzo, gli chiede se desidera vedere qualcosa.

"Abbiamo soggiorni marini o montani o agricoli estremamente bucolici e..."

"Mi sta prendendo in giro, ma stiamo al gioco. Se non fosse troppo disturbo -disse ad alta voce- preferirei i soggiorni marini".

Il misterioso personaggio scostò un tendaggio e si videro magnifici paesaggi tropicali lussureggianti con mari che non ti saresti mai immaginato.Gente spensierata che gioca e si diverte.

"uno montano -azzardò- si potrebbe vedere?"

Ed ecco un paesaggio ad ampio respiro con apre montagne e dolci pendii.Quà e lò persone che chiacchierano e vanno a spasso cogliendo fiori.

Prendendo coraggio, disse:" Ma l'inferno di cui si parla tanto sulla terra?"

"E' proprio sicuro di volerlo vedere?" Ed a un suo cenno affermativo, scostò un altro tendone dove c'era tutto l'immaginabile ed anche l'inimmaginabile di nefandezze e di orrori. Terrorizzato, voltò la testa.

"Lo so, fa sempre un certo effetto, per questo lo mostro solo a richiesta.Dunque?"

"Mare, grazie" essendo sicuro che tutto ciò facesse parte di una ulteriore, perfida sofferenza.

"E sia".

Si trovò in mezzo ai paesaggi che desiderava. Prima che il suo interlocutore lo lasciasse, azzardò una domanda.

"Ma scusi, quell'inferno per chi è"

"Vede, noi tentiamo di accontentare tutti: sulla terra qualcuno lo vuole così..."

 

Colpisce vero l'idea di un week end ospedaliero!

Fortunatamente solo in rari casi occorre giungere a questi estremi. Lo scopo è ovviamente quello di far riflettere le persone sui troppi fermenti mentali, sui brusii della nostra mente che non devono essere confusi con i veri problemi.

Provate a pensare al mare.

Il mare è la nostra mente, l'acqua è il nostro inconscio increspato di emozioni, esperienze, memorie che si rimescolano come le correnti sottomarine, o come le onde che vanno e vengono sulla riva; i pesci sono i nostri pensieri: vanno, vengono, giocano, da soli o in gruppi, si rincorrono. Il mare può essere tranquillo o agitato vuoi per movimenti suoi, vuoi per eventi esterni atmosferici che lo condizionano.

Eppure c'é sempre un qualche angolo tranquillo, riparato in cui ci si può fermare a riposare, buttando l'ancora.

L'importante è rendersi conto delle proprie forze, dei propri limiti e non prendere il largo quando c'é vento di tempesta; allo stesso modo però non occorre spaventarsi di prendere il mare se un onda si alza o se la brezza soffia più forte: se non ci badi e conosci il mare, sai che entro poche ore sparirà.

Dare troppo ascolto a pensieri persistenti o roboanti, autoalimenta il problema  gonfiandolo e facendogli perdere i giusti confini.

E allora torniamo all'essenza della felicità: e qui possiamo sorridere insieme sul numero di persone che, da quando esiste l'uomo sulla terra, ha girato intorno al problema offrendo la soluzione più adeguata al momento storico personale o obiettivo: non si fa che scopiazzare a turno sul compito del vicino.

Il ruolo della psicoterapia in generale e quella ipnotica in particolare, parte da uno stato di stand-by, cioè nel ricercare un approdo tranquillo nel quale fare il conto delle emozioni e delle idee, comprimerle un attimo abbassandone i toni, e poi ricostruire un progetto.

Ora in merito a questo, vi propongo tre lettere scritte da un frate francescano missionario in Giappone alla nipote che chiede consigli in merito alla strada professionale che intende intraprendere (infermiera) ed alle scelte di vita matrimoniale: alcune frasi sono significative sul fatto che anche dall'altra parte del mondo, la saggezza e l'equilibrio devono essere maestre di vita.

 

                                                                           *  *

Lettera da Kyoto 1

Carissima,

ho accolto la tua notizia con grandissimo piacere e me ne rallegro con te.Ringrazia Dio che hai avuto un padre ed una madre che, oltre ad esempio di onestà, hanno dato a te ed a tua sorella, libertà ed autonomia nelle vostre cose strettamente personali.Ed io sono contento e credo di esserlo anche con te, della tua vita calma, serena che senza essere troppo pubblicistica, va con tenacia all'essenza e racchiude in sè una percentuale grandissima di sentimento sociale.Ciò è chiaramente dimostrato dalla scelta circa il tuo compagno di vita e la tua vocazione per la professione, o meglio, missione di infermiera. Sono lacrime di gioia le mie anche se con il piccolo rammarico di non aver potuto realizzare io stesso il tuo disegno.Continua a difendere le tue scelte con la prudenza, sorella maggiore della saggezza e preservatrice di molti guai e con spirito di sacrificio.

Per quanto lo consentano gli impegni famigliari, nel caso di persone serie quali voi siete, sposatevi presto, poichè la serietà supplisce alle esperienze che si acquistano soltanto con l'avanzare degli anni e lascia spazio psicologico all'adattamento; nello stesso tempo non si accusano quelle difficoltà che, soprattutto in questa era di progresso intensivo, nascono dalla differenza di età tra genitori e figli...

                                                                            

                                                                           *  *

Prudenza, sorella maggiore della saggezza e preservatrice di molti guai (equilibrio);

Serietà di vita che supplisce alle esperienze che si acquistano soltanto con l'avanzare degli anni e lascia spazio psicologico per l'adattamento (cambiamento)                                          

            

                                                                           *  *

 

Lettera da Kyoto 2

 

Carissimi,

...ho letto le vostre bellissime parole che spargono amore, gioia, comprensione: l'aiutare, il soccorrere, cioè l'uscire dal proprio egoismo per rendere sempre migliore la famiglia mondiale a cui apparteniamo.

Accettate i consigli di tutti,stimate tutte  le opinioni, ma, circa la vostra vita, l'ultima parola dovrà essere sempre la vostra.

Poichè la vita è vostra e voi dovrete viverla al meglio. Sognate sempre mete più alte, poichè sognare è cosa bellissima ed utilissima; ma poi ai vostri sogni, spuntate appena appena le ali ed innestategli le gambe, poichè volare può essere facile, ma talvolta occorre più fantasia semplicemente per camminare, in questa vita.

In merito alle vostre mete, lavorative o famigliari che siano, fate sempre i conti con le vostre forze globali, sia psicologiche che economiche, ed in base a quelle decidete.

Sappiate che la Morale non è fatta di idee astratte, anche se religiose, anzi il primo fattore della morale pratica, cioè quella che si deve mettere in pratica, è quello psicologico.Abbiate idee rette, ma non tabù.

Vedete io ho idea che il termine "morale della situazione", sia un termine creato per riportarla, per quanto si può, nel vecchio ordine della morale astratta dove "l'illecito" è sì una conclusione logica, ma pur essa astratta di una legge più ideale che concreta. L'amore di due sposi è qualcosa di molto più intimo che non gli altri amori:condizionarlo, nella sua essenza e /o nelle sue manifestazioni, penso sia toglierlo dal suo ambiente psicologico per inquadrarlo in una legislazione più canonica che evangelica.

"Omnia munda mundis" (S.Agostino) Tutto è buono per i Buoni

Io che vivo da quasi trent'anni in un ambiente che, pur essendo pagano, è fondamentalmente guidato dal Buddismo che non si può definire religione in senso stretto; ma la regola prima è: la divinità sopra ogni cosa; la seconda è: non recare fastidio agli altri.

Quindi: non essere impositivi, non volere, non cercare, non agire in modo da imporre la propria idea prima di tutto a noi stessi, dando troppo ascolto a chi o a che cosa nella nostra mente grida di più; non imporsi sugli altri nel campo delle libertà personali.

Anche solo il criticare ( che è differente dall'esprimere la propria opinione), è un modo d'i imposizione.

Se ciascuno di noi sa ascoltare con saggezza tutte le voci che vengono dal di dentro, avrete già messo le basi per la felicità.

Continuate dunque con serenità, gioia, costanza di volontà e senza sentimentalismi, ma con profondo sentimento guidato con la ragione.

 

                                                                            *  *

 

... la costante ricerca dell'equilibrio fra mente conscia e mente inconscia, non ingabbiate in un dinamismo statico ma dinamico, come le onde del mare appunto, che mantiene integra la "sostanza di pensiero".

"sereni, gioiosi con costanza di volontà  e senza sentimentalismi, ma con profondo sentimento guidato con la ragione".

Questo passo deve essere interpretato non come un limitatore esistenziale, un rinchiudersi nelle pastoie di un razionalismo spinto che porterebbe nella sua forma patologica, a nevrosi,fobie, paranoie; ma neppure nell'astrattismo più esasperato che potrebbe sfociare nella patologia schizofrenica, nella cosiddetta pazzia, forma estrema di isolamento mentale in una realtà virtuale talmente soggettiva e personale da non essere condivisibile.

Il lavoro con l'ipnosi costruttivista permette di ricercare le situazioni emotive obliate e riportarle velocemente in superficie, contribuendo contemporaneamente a costruire nuovi aspetti di una personalità che appariva incompleta. Il terapeuta dovrà essere particolarmente attento a non metterci del suo, nel percorso di sviluppo costruttivo, per evitare di percorrere  piste che sono solo sue e non del paziente.

Al proposito è esemplificativo l'episodio di quel terapeuta che durante una seduta di ipnosi regressiva valutò che la paziente, continuando a mandargli dei rimandi negativi, dovesse in una ipotetica vita precedente (su cui non entriamo in merito, potendo il cervello crearsi come abbiamo visto anche delle virtualità oniriche che oggettivizza a proprio uso e consumo un pò come gli innesti di Milton Erickson; non è nostro compito dare dei giudizi sul paranormale in questa sede) essere stata una mendicante triste e disperata, con una storia di vita disgraziata e senza uscita.

In questo modo, quel terapeuta confermava una condanna a vita.

Un altro terapeuta allora intervenne, facendo un innesto positivo: " ...può darsi che in una vita precedente tu sia stata una disgraziata, ma per ciò di cui dai a vedere oggi dal di fuori e da dentro di te, si riconoscono i tratti di una persona nobile , caritatevole e generosa.Questo potrebbe dunque essere da oggi il punto di partenza per una nuova vita."

Mirendo conto dell'equilibrismo di quel terapeuta, però senza quell' innesto di buon senso e di speranza, ella sarebbe rimasta in una fase ipnotica negativa e condizionante: che sia o non sia vero il fatto ipotizzato dal primo terapeuta, i risultati sarebbero stati discutibili ed il "costruttivismo" della persona sarebbe stato vanificato da un percorso di depressione, magari con con ipotesi alla lunga distruttive.

Della serie: continua a dire ad uno che è stupido e prima o poi lo diventerà davvero.

Nell' Uomo di Febbraio, Erikcson lo dimostra chiaramente: talvolta si devono innestare alcuni pezzi mancanti che la mente utilizza come meglio crede.

 

                                                                            *  *                                                                        

Lettera da Kyoto 3

                                                                            

Carissimi,

...mi domandate cosa penso delle "coppie" e  dei" figli" che falliscono...

penso che, prima di tutto, sia effetto dell'educazione ricevuta; poi un non controllo di se stessi, per cui troppa differenza tra realtà (natura, capacità, talenti) ed aspirazioni. Quando si ha un figlio, occorre educarlo in base alla sua natura: non fatelo più o meno intelligente di quello che è; non ispirategli idee di grandezza al di sopra delle sue capacità; non spendete parole inutili nè nel  lodarlo nè nel biasimarlo. Un individuo portato fuori dalla sua natura, va incontro a squilibri che poi si manifesteranno comunque, in un modo o nell'altro.Quando un individuo è in pace con la sua natura (ragione che guida un sentimentalismo, sentimento che guida ed umanizza un razionalismo) può anche permettersi di agire in modo non conforme alla legge "canonica", a meno che non sia una sua, personale scelta basata sulla sua realtà psichica.

Questo modo di pensare continuo ad essere convinto che possa preservare da tragedie future.

Non si può pretendere che un uomo agisca, cammini, seguendo sempre una linea retta: la saggezza sta nel non allontanarsi troppo da quella linea.

In questo modo, non si avrà il dovere di accettare tutto ad occhi chiusi, nè il diritto di pretendere di essere incriticabili.L'uomo è un essere perfettibile e si perfeziona appunto in una ragionevole constatazione dei contrari.

Quando siete troppo felici, pensate a cose tristi; quando siete troppo tristi, pensate a cose belle.

 

                                                                           *  *

Il benessere interiore

Dunque questo famoso benessere interiore?

C'é chi lo ha identificato in molti modi, in base alla sua visione del momento personale o storico, creando lo slogan buono per la situazione; creando cioè una specie di vademecum sulla felicità.

La base di partenza sta però in un principio fondamentale: critica bassa, stato di innamoramento permanente,equilibrio dei ruoli.

Tenendo però ben presente che lo scopo della vita non può essere la ricerca della felicità, ma essa è un mezzo, un modo per come viverla.

Abbiamo da imparare da tutti, anche da persone apparentemente semplici.

Qualche tempo fa, conobbi una signora moldava, una delle tante badanti che incontriamo nelle case delle persone anziane che accudiscono.

Anna, così la chiameremo, è una signora di cinquant'anni che quando arrivò in quella famiglia, era assai spaesata, poichè non conosceva nulla del nostro popolo, nè le abitudini, nè tantomeno la lingua. Allora clandestina, temeva per ogni cosa, ma mi confessò che la sua pena nel cuore era la figlia di vent'anni, lasciata al suo paese per terminare gli studi, malaticcia e triste. Anna, pensate, è un ingeniere che lavorava presso una ditta   come addetta al controllo qualità: il fallimento dell'azienda la costrinse ad emigrare in cerca di lavoro per mantenersi e mantenere la figlia, essendo divorziata dal marito. Il lavoro scarseggia ovunque, figuriamoci per una persona di quell'età e di quel titolo.

Ricordo ancora quel volto smarrito quando andai a visitare quell'anziana: per pietà e per solidarietà feci a lei un lungo discorso in italiano, che ovviamente ella non capì, ma ne intese dal tono della voce, lo scopo rassicurante e di incoraggiamento.

La seconda volta andò meglio, poichè il suo italiano era nettamente migliorato (gli Slavi in generale sono velocissimi nell'apprendere  la nostra lingua); inoltre c'era la figlia con lei. Era ansiosa di farmela visitare.Dopo alcuni accertamenti eseguiti, scoprii che ella soffriva per due motivi: quello fisico, per una iniziale forma reumatica a partenza da cattive cure odontoiatriche eseguite nel suo paese; quello psicologico, poichè abbandonata dal padre in tenera età, con la madre impegnata con il lavoro, era stata allevata dalla nonna: in buona sostanza l'unica figura di riferimento maschile era stata assai negativa e, per conseguenza, malgrado fosse una bella ragazza, non si lasciava andare con i suoi coetanei per timore di avere incontri che confermassero l'unica idea sugli uomini: canaglie che se va bene al limite ti pagano la prestazione e non ti riempiono di botte come era capitato a tante sue amiche, partite anch'esse per i viaggi della speranza!

La prima parte del problema, quella medica, fu presto risolta con buone bonifiche odontoiatriche ed adeguate terapie mediche. Ma per quella psicologica...

Decisi di buttare lì tre frasi senza commentarle:

"Se tutti gli uomini fossero come pensi tu, non si formerebbero più le famiglie e non nascerebbero più figli, poichè almeno durante l'atto sessuale, c'è un momento di unione solenne in cui entrambi fondono la loro identità in un essere unico."

"Se tutti gli uomini fossero come pensi tu, ecco davanti a te un uomo che parla con te e ti cura in amicizia, senza pretendere nulla in cambio nè ora, nè mai"

"Poichè per la legge della similitudine, non è possibile che esista in tutto il mondo un solo uomo che abbia queste caratteristiche, è probabile che aumentando di un minimo la tua fiducia verso il prossimo, tu possa far uscire quelle caratteristiche del tuo animo che ti permetteranno di avere i compagni o il compagno giusto".

La terza volta che vidi la  Signora Anna, ella mi accolse con le lacrime agli occhi.

"Perchè piangi?"-le chiesi

"Perchè sono felice"

" E perchè sei felice?"

"Perchè tu mi hai dato, a me ed a mia figlia, amore senza contraccambio.Sai che mia figlia (nel frattempo era passato un anno) oggi lavora in una pensione in montagna e dopo qualche mese il figlio del padrone le ha chiesto con un mazzo di fiori se fosse già impegnata e se così non fosse, se acconsentiva ad uscire con lui. Fanno progetti matrimoniali.

Io sono in debito con te, ma non posso darti nulla perchè non ho nulla.Però un dono te lo faccio ugualmente e per tutta la mia vita restante.Hai la mia parola che ogni sera ed ogni mattina io pregherò il Buon Dio per te (è di religione ortodossa).Tu mi hai dato la gioia, non lo scorderò mai".

Ogni volta che penso a quell'episodio, confesso di essere in imbarazzo! Ma naturalmente  lo slogan era già stato inventato: "Fai il bene e mettilo dietro alle spalle".

 Una briciola di gioia, una briciola di cielo.

Anche oggi niente di nuovo sul fronte occidentale!

 

(Apparenti) Fallimenti Terapeutici

L'altro giorno, capitò in terapia un caso buffo e drammatico insieme: una donna di cinquant'anni che sembrava un generale dell'esercito che ragionasse come un tram, cioè senza possibilità di andare oltre la strada tracciata dai binari. Si rivolse a noi perchè da qualche tempo, non riusciva più a dormire la notte, era preda di paure ed incubi e non era in grado di andare ai funerali per terrore dei morti. Il suo scopo era quello di liberarsi delle paure. Le facemmo notare che la paura che compare dopo una certa età può essere strumentale, essere cioè un sintomo ma anche un sistema per continuare a perpetrare il suo modo di essere.

Talvolta le persone vengono in terapia non tanto per avere delle soluzioni, quanto per avere conferma delle risposte che si sono già date da sole: il problema nasce quando scardiniamo il sistema e mettiamo a nudo una nuova prospettiva facendone prendere contemporaneamente coscienza.

In buona sostanza ella desiderava da noi il permesso di continuare ad utilizzare il suo sistema che aveva solamente avuto un intoppo, un dubbio che lo aveva mandato in "empasse": solo che è un pò come chiedere al vigile di passare con il rosso; con questo meccanismo direttivo e basta, in fondo era riuscita ad avere al suo servizio un marito sempre disponibile, una figlia con un'autonomia minima ma comunque dipendente psicologicamente da lei al punto di condividere eventualmente la casa con il compagno (non il genero, in quanto in quei paesi il matrimonio sottintende distacco dalla famiglia d'origine); l'altra figlia invece, più giovine, quasi ribelle, e comunque con una forte spinta al distacco famigliare, rivolta verso una vita libera, assolutamente priva di legami stabili.

Per ulteriore conferma le chiedemmo quanto sarebbe stata disposta ad investire nel cambiamento.

La risposta fu tutto un programma: "...ma perchè, devo cambiare?"

A quel punto la congedammo dicendole di valutare se il darsi delle nuove possibilità, potesse rientrare nel novero dei suoi obblighi quotidiani e con quale priorità: se la risposta d'ora in avanti fosse stata sì e con una percentuale altissima, allora avremmo potuto rivederci; in caso contrario sarebbe stato tempo sprecato, a lei la decisione.

A tutt'oggi, e sono passati due anni, non l'abbiamo più sentita.

 

Altro caso, sempre di donna di cinquant'anni.

 

Si presenta con aspetto dimesso, con le braccia conserte sul petto; non vuole neanche togliersi il cappotto di dosso.

Le chiediamo come è venuta a conoscerci e cosa possiamo fare per lei.

Ci risponde, sedendosi ma non abbandonando nè la posizione nè il cappotto, che è lì perchè uno specialista ha consigliato una consulenza psicologica e siccome ci considera persone all'altezza, l'ha inviata presso di noi.

Ma lei in fondo ci è venuta per assecondare il collega.

La storia della sua vita clinica è quantomeno allarmante; qualche anno prima caduta dei capelli a frotte (alopecia), parzialmente risolta.Tempo qualche mese, ulcera gastrica. Passati due anni cancro gastrico che le fa subire una gastrectomia totale (asportazione dello stomaco).

Sono trascorsi due anni ed ecco comparire nuovamente l'alopecia.

Indaghiamo a braccio (è difficilissimo aprire un dialogo) nell'ambito dei cinque livelli di relazione (sociale, lavoro, amicizia, affettività, intimità personale), scoprendo che sotto un velo di "tutto va bene", il sociale non esiste, il lavoro è allucinante (tipo "Tempi Moderni" di Chaplin, per intenderci), amicizie non ne ha. L'affettività poi sfiora il grottesco (con mio marito va benissimo anche se è da molto tempo che non ci parliamo, poichè lui che è in pensione da oltre vent'anni, dorme quando  vado a lavorare e quando vado io a letto, lui è con gli amici fuori al bar; la domenica ho le faccende domestiche mentre lui è a pesca. Sessualmente - e qui sorride pudica- devo avere molta pazienza visto che lui ha una certa età...); l'intimità personale è annientata: quella donna non ha un spazio libero tutto per sè.

Si tratta dunque di "una martire senza corona", di una "santa senza candele", immolatasi per le cause perse senza ottenere null'altro che il disfacimento mentale e fisico, oltretutto giustificato da pietose bugie come l'andropausa del marito, che sicuramente pratica la "pesca" ma in tutt'altro campo, per sentirsi vivo.

Ci chiediamo se può essere utile una presa di coscienza sul suo stato, quantomeno per giustificare il fatto che ella sia lì: ma anche in questo caso, ella è ostinatamente convinta di essere nelle mani del fato, contro il quale nulla si può tentare. "Le malattie vengono dall'alto e non possono essere collegate se non al destino".

In coscienza la avvisiamo che non crediamo, in questo caso alla "casualità": il suo calendario patologico è scoccato con tempistiche troppo precise ed ingravescenti per non destare dei sospetti; inoltre c'é eccessiva discrepanza tra il benessere manifestato e la realtà dimostrata nella relazione con se stessa e gli altri.

Le chiediamo quantomeno di rifletterci, prima che i segnali d'allarme fisici diventino ingestibili: senza fare grandi cambiamenti, si possono ottenere grandi risultati, talvolta.

"Si vedrà" fu il lapidario commento.

"Requiescat in pacem" mi venne da pensare.

"Amen"pensò contemporaneamente il mio collega.

 

A differenza di ciò che pensano in molti, a tutt'oggi tutti i terapeuti della mente e non ritengono che ridere faccia bene alla corpo ed all'anima. Si tratta in fondo di un allenamento costante a non prendere ed a non prendersi mai troppo sul serio.La pianta dell'allegria e dell'ottimismo trova il suo fertilizzante naturale nel buonumore; la mente in fondo è come un prato dove nascono le erbe buone e quelle grame. Occorre un grande sforzo per estirpare i pensieri depressivi tutti insieme: se si usa il sorriso si toglie poco alla volta energia alla mala pianta e si rinvigorisce l'altra, quella che conta.

Siccome anche i terapeuti hanno bisogno di sorridere, mettiamoli un pò in burla bonariamente (io sono il primo della fila!) e , con un minimo di ironia, leggiamo la storia di ...

 

 Erminio Che Trascinava I Piedi

 

In un luogo senza nome e senza tempo, viveva Erminio che trascinava i piedi.

In verità non si trattava nè di un vizio nè di una malattia: semplicemente il poveretto aveva attaccate ai piedi, due catene abbastanza lunghe che terminavano con due palle di ferro non troppo pesanti, non troppo ingombranti, ma ugualmente fastidiose.

 Era un pò l'effige del carcerato, ma carcerato non era;

 poteva essere un penitente, ma penitente non era. Fatto sta che, da quando ebbe l'uso della ragione, la sua esistenza scorreva così, con questo ingombro al passo.

Quando transitava nelle città o nei paesi, era un rumore di ferraglia che turbava il riposo; quando passava nelle strade di campagna, era solo un fruscio ma la sua traccia era inconfondibile nella polvere dei sentieri.

La prima parte della vita la passò a chiedersi il perchè fosse obbligato a questo fardello.

La seconda parte decise di spenderla per trovare il modo di liberarsene.

"Nel mio errabondare -pensò tra sè- troverò ben qualcuno che abbia una soluzione".E così ad ogni persona che incrociava, poneva la stessa domanda:

 "Puoi tu togliermi queste catene che m'inciampano il cammino?" "No, non posso, non ho gli strumenti e se li avessi non saprei come usarli".

Per mille volte la stessa domanda, per mille volte la stessa risposta.

Sento voi lettori fremere. Sento le voci lì che si agitano, che ribollono, che  prendono forma. Sento le domande (Ma perchè non si rivolge a...;ma perchè non utilizza il....).

 Ma in quel posto senza nome esenza tempo le cose semplici sono complicate, quelle complesse sono semplici e noi, gente al di fuori, non possiamo suggerire nulla.

Gira che ti rigira ecco che incontrò un uomo saggio, un filosofo con una lunga barba bianca, sandali ai piedi e tunica grigia. Come fece a sapere che era un filosofo?  Semplice: aveva un cartiglio che pendeva dal collo con su la scritta "filosofo" "Oh, "Gran saggio -lo fermò- hai tu, nelle tue dotte conoscenze la risposta al mio tormento?"

"Quale fortuna hai tu! -ribattè il vecchio- potessi io avere un problema così insignificante!"

"Sarà anche insignificante -pensò- però accidenti quanto pesa!"

"Sapessi quale dubbio atroce arrovella la mia mente! -riprese il filosofo- Studiando da sempre il tempo, ho fatto scoperte straordinarie che mi hanno permesso di aprire una scuola di studi nei pressi della capitale del regno: il Tempo è un'entità che scorre stabilmente, scandita dal passaggio regolare del Sole nel cielo o dal susseguirsi delle stagioni. Questo fatto, da me reso manifesto con sì tanti studi, ha permesso al re di regolare la raccolta dei tributi o ai contadini di gestire quella del frumento.Grande gloria ne ebbi.

 Ma nella mia scuola, ecco che si cela la vipera, la serpe in seno che ti colpisce a tradimento dopo essere strisciata innocente accanto ai tuoi piedi.

Uno studentucolo saccente,chiamato Parmenide,  mi chiede: "Maestro, ma perchè se il tempo passa come dici, ci sono momenti che sembrano eterni ed altri assai brevi. E come conto in questo caso il suo trascorrere?"

 Ah canaglia, ah maledetto! -riprese dopo un attimo il dotto- ma il peggio occorse in seguito: il fatto venne riferito a corte ed il re, quando mi mandò a chiamare mi disse: " Ebbene, com'é che adesso c'é anche un tempo relativo? Se questa cosa la sapessero i miei nemici, potrebbero applicarla al loro esercito. Immagina dunque una freccia scoccata dall'arco: finchè il tempo era assoluto, essa partiva e con un sibilo infilzava, uccidendo, il nemico. Ma ora con questa novità la stessa freccia potrebbe impiegare un tempo lunghissimo per giungere a bersaglio, o forse fermarsi a mezz'aria e stare là per sempre, mentre l'avversario fugge. Sarebbe la rovina; sarebbe la fine.

Guardati, o filosofo, dal divulgare questa dottrina nuova, anzi oblìala.Ordino dunque che il tempo relativo sia bandito dal mio regno per sempre e che non esista più."

 Ora io sono disoccupato poichè ciò che era da scoprire è scoperto, ciò che è stato scoperto è occulto, ciò che potrebbe essere scoperto è oscuro e celato. Me misero, me tapino!"

E se ne andò sconsolato, lasciando Erminio che trascinava i piedi in una posizione di tempo relativamente immobile.

...Continuò ad errare di giorno guardando la strada e di notte ammirando le stelle, chiedendosi se un domani avrebbe mai potuto raggiungerle...

Un giorno incrociò un signore che viaggiava su di un asino.Portava a basto una cassetta di legno che gli parve subito misteriosa ed intrigante. 

" Oh gran signore -disse- potreste voi liberarmi di questo peso che mi grava sul cuore e sulle gambe?"

Dall'alto del suo asino egli lo guardò altezzoso. "Figliuolo, anni di impegno e di scienza mi hanno portato a valutare molti aspetti della società degli uomini. Come dunque ben puoi immaginare io, uomo di scienza, ho la soluzione al tuo problema".

A Erminio parve di volare: dopo tanti anni...

" Sì, benedetto figliuolo, devi sapere che io sono cerusico, cavadenti e barbiere e non viaggio mai senza i miei ferri del mestiere" e così dicendo indicò con orgoglio la sua preziosa cassetta, dalla quale estrasse una pietra focaia, una sega ed un coltello.

"Ma -s'inquietò Erminio- a che vi servono cotali arnesi?"

"Benedetto, ignorante figliuolo, che ne vuoi sapere tu! Ma via -rise contento-ti darò prima spiegazione: con la pietra focaia accenderò il foco per avere tizzoni ardenti in cui infilerò il tuo moncone zampillante di sangue per fermare l'emorragia. Sì - disse con orgoglio- per liberarti delle catene, ti taglierò i piedi!"

E già si apprestava all'intervento, quando un tafano punse l'asino mentre il cerusico era a metà tra la sella ed il suolo: con uno scarto improvviso l'animale lo disarcionò e scappando imbizzarrito, lo trascinò via facendogli tracciare nella polvere solchi assai più profondi di quelli lasciati dalle catene.

Cammina e cammina, Erminio si trascinava nella polvere e nel fango, sotto il sole e sotto la pioggia, con la gola ormai asciutta per il continuo chiedere e le orecchie dolenti nel sentire la medesima risposta. Nel suo andare incontrò un gendarme.

"Chissà -pensò Erminio- se magari quell'uomo che di ceppi se ne deve intendere, non abbia una chiave per liberarmi?" Ma il gendarme a cui avevano insegnato a ragionare in un unica direzione, pensò pressapoco:

" L'aspetto è quello del prigioniero in fuga: dunque poichè siamo troppo lontani dalla città ed io non ho il cavallo, non posso portarmelo dietro per rinchiudervelo; pertanto lo bastonerò per bene, sia per le cose che ha fatto, sia per quelle che farà un domani e per le quali non lo potrò punire dopo. Dunque lo farò con anticipo."

E senza profferir parole, prese un lungo bastone e picchiò Erminio di santa ragione, bastonandolo ad arte.

Quando ritenne di avergli saldato i conti passati, presenti e futuri, se ne andò proseguendo il suo cammino.

Erminio, se prima trascinava solo i piedi, ora trascinò tutto il suo dolente corpo per la strada, fino a porsi sotto l'ombra di un sicomoro. E lì riprese a guardare le stelle che ormai stavano giungendo per l'imbrunire, chiedendosi se anche lassù ci potessero essere Erminii che trascinassero i piedi e gendarmi che menassero senza un perchè manifesto.Lo sguardo triste delle stelle gli fece capire che sì, c'erano e bastonavano maledettamente forte...

...Venne destato di soprassalto da un tocco gentile.

Aprì gli occhi schernendosi e proteggendosi il viso al ricordo del giorno prima, ma al suo fianco c'era un uomo che lo guardava con comprensione.

"Tranquillo - gli disse- non ti farò alcun male".

 "Chi sei -chiese Erminio- leggo il tuo cartiglio ma non ne comprendo il significato: psicoterapeuta".

" In verità -gli rispose questi- il significato è in parte oscuro anche a me, ma mi hanno insegnato che è un pò come giocare. In questo gioco tu parli ed io ti ascolto. Vuoi provare?"

Erminio che trascinava i piedi iniziò balbettando alcune parole, poi vedendo che l'uomo lo ascoltava con interesse o almeno, così credeva lui, prese coraggio e continuò vuotando il sacco della sua vita. Parlò per ore ed ore e quando ebbe finito, ecco lì la domanda tremenda.

Lo psicoterapeuta (causellor in ipnosi, ma tanto è lo stesso) si alzò in piedi e disse:

"In cambio della soluzione voglio tre pezzi d'oro".Avutili, in tono solenne alzandogli l'indice della mano destra di fronte agli occhi, esclamò:

 "Guardati il dito!"; poi si allontanò.

Erminio restò qualche minuto in quella posizione e poi iniziò a pensare. E pensò molto, cose strane, ricorrenti, ingarbugliate.Gli sembrava di essere in un oceano in tempesta. Trascorse così tutta la giornata come sospeso tra due mondi, e venne la notte.In sogno ebbe la prima illuminazione: in tutta la sua vita aveva sempre dormito un sonno senza sogni, e quelle poche volte in cui aveva sognato, era ugualmente in catene.

" Forse ora potrò sognare di essere libero, almeno in un altra realtà. Se quella luna lassù fa parte dei sogni, potrò raggiungerla, magari volando!"

E così si addormentò.

E questa volta sognò. Sognò di essere libero, di volare, di visitare monti e valli, deserti e città. Fu un uccello, vide dal basso e dall'alto: planò, si riprese, si rialzò per picchiare.

 Mai in tutta la sua vita si era sentito così bene.

Si risvegliò stanco e contento: aveva conosciuto una realtà che sia pure virtualmente, lo aveva reso felice.

" Tutto qui?" vi starete chiedendo delusi.

No, non fu tutto qui.

Infatti dopo qualche tempo le catene ed i ferri ricominciarono a pesare, anche se nei sogni volava. Erminio che trascinava i piedi, ricominciò a pensare all'incontro con lo psicoterapeuta. Nei momenti in cui era certo che nessuno lo vedesse, alzava l'indice in fronte a sè e lo fissava.

Una sera che stava guardando il dito, si distrasse e dopo qualche momento si accorse che anzichè il dito, osservava la stella polare che brillava sulla stessa traiettoria ma dietro ad esso.Si pose il dubbio se dovesse guardare davanti o dietro a quell'effimero ostacolo...

 Pensò risoluto che d'ora in poi sarebbe stato lui stesso a decidere in quale direzione guardare; così facendo notò in lontananza la bottega del maniscalco...

Qualche tempo dopo lo psicoterapeuta ripassò in quel paese; avendo la sua mula perso un ferro, chiese del fabbro che gli fu indicato. Poichè a quel tempo uno straniero era sempre fonte di curiosità e latore di notizie, il buon uomo non si lasciò sfuggire l'opportunità per scambiare quattro chiacchiere.

"Sapete -disse fra le altre cose-  circa un anno fa passò da queste parti un tizio con due catene ai piedi -quelle là- , le indicò voltandosi, e mi chiese di liberarlo. Mi raccontò che era giunto a questa conclusione grazie ad un grand'uomo, uno psicoqualcosa straordinario che con poche parole gli risolse il problema." Siccome era sufficientemente astuto e lesto di mente, dopo avergli guardato il cartiglio, con un sorrisetto malizioso disse:

"Potete dirmi come avete fatto?"

Ricambiando il sorriso il terapeuta rispose: " Segreto Professionale!" ed incitando la mula dopo esserle salito in groppa, se ne andò.

Mentre si allontanava si disse con un sospiro: " ...ah, saperlo!"

 

                                                                                                     *  *  *

 

Seguito Della Storia Di Erminio Che Aveva Smesso Di Trascinare I Piedi

 

Era dunque un uomo libero; un uomo felice.

Poteva correre, saltare, fermarsi, ripartire, girare a destra o a sinistra o fare, addirittura, il girotondo.

"Un uomo fortunato, ecco chi sono.E tutto grazie a quel sant'uomo". Così mormorava tra sè e sè.

Un giorno incontrò comare tartaruga, che quando ancora in catene si trascinava per quel mondo senza luogo e senza tempo, riusciva sempre a batterlo in velocità.

"Facciamo una gara? Ora posso batterti!"

"Amico mio, la competizione con gli altri non è mai stata cosa saggia poichè alla fine non vince mai nessuno: ma tu che hai combattuto contro te stesso ed hai vinto, a ben diritto puoi pretendere una gara con me; ma bada bene, il risultato non è mai scontato, ricordati della lepre..."

Ma Erminio era così contento che non prestò fede alle sue parole: stabilito il traguardo, schizzò come un fulmine e non si arrestò che dopo averlo tagliato. "Un altro duro colpo alla tradizione ed ai moralismi!"

Così pensò ansimando.

Si riposò sotto l'ombra del sicomoro fonte per lui di tanti ricordi.Era il suo posto preferito; di lì poteva guardare la strada e la gente che vi transitava.

Dopo un pò ecco un gran polverone ed un vociare confuso; un fragore che si avvicinava consigliò alla gente di buttarsi di lato per non essere travolta.

Un asino al galoppo. Una cassetta al basto. Un cerusico attaccato dietro che urlava parole incomprensibili, trascinato nella polvere. "Catene, palle di ferro. Alle zampe dell'asino. Presto, prestooooooo!"

Così transitò follemente la Scienza Altezzosa chiedendo invano aiuto alla Tecnologia.

 Ma entrambe erano talmente veloci e così scarsamente comprensibili che la gente le lasciò passare, limitandosi a raccogliere i cappelli nella polvere, ricalcandoli in testa e maledicendo chi o che cosa aveva turbato la loro serenità.

Camminava eretto Erminio, non avendo più piedi da trascinare. Passava di paese in paese, di città in città con il gusto semplice di curiosare, annusando la vita delle persone. Non era uno psicoterapeuta lui, non aveva il cartiglio, però era buono, ascoltava la gente e, su richiesta, dispensava suggerimenti che anche se venivano elaborati nella sua testa, nascevano però dal suo cuore.

Che aveva sofferto, Dio quanto aveva sofferto.

Inoltre la gente più dei suoi consigli, amava ascoltarne la voce, dolce e melodiosa come quella degli uccelli nel cielo che lui amava tanto. Non chiedeva nulla, ma essi pur di sentirlo parlare, lo invitavano alle loro mense e questo a lui bastava.

 Un giorno capitò nel paese di Vattelapesca divenuto famoso per la torre campanaria.

Arrivato sulla piazza, vide un crocchio di gente a testa in sù che si stava mano a mano ingrossando.

"Cosa state facendo?" - chiese

" Aspettiamo il miracolo!"

"Come -riprese sbalordito- il miracolo?"

"Sì; devi sapere o straniero, che molto tempo fa le guardie del re portarono in questo paese un pò ai confini del regno, due uomini: un filosofo (aveva la targhetta con quella scritta) ed un gendarme. Il primo era stato condannato perchè, malgrado il divieto, continuava ad essere assillato dal tempo e quindi aveva continuato a pensare; il secondo perchè, dopo aver obbedito ciecamente al re per tutta la vita, una volta fece di testa sua, e, non essendoci abituato, ce la lasciò dentro un cappio."

"E cosa capitò al primo?"

"Beh, il filosofo fu considerato, in fondo, innoquo e rinchiuso a vita nella torre campanaria.Però è incontenibile! Talmente assillato dal suo pensiero sul tempo che ogni periodo preciso, esce con un grosso pezzo di ferro in mano e picchia sulle campane urlando cifre incomprensibili. E'... come dire...un pò spanato" e fece segno di avvitarsi un dito in testa." Però è simpatico e noi quando possiamo lo mostriamo ai nostri figli per insegnar loro come a non essere!"

E così la filosofia astratta, tentando di avvicinardi agli uomini, ne fu allontanata, diventando empirica.

Ermio che non trascinava più i piedi, dopo aver percorso il mondo in lungo ed in largo, si pose un dubbio un giorno che si ritrovò sotto il suo sicomoro.

Non era più contento come prima. Sì, aveva la libertà ed i sogni non mancavano, ma c'era sempre troppa distanza fra quelli e la realtà.

 Non sapeva cosa fare.

 Riprese a guardare il dito.

 Trovò  la spiegazione.

"Vado troppo veloce. Talmente veloce che non mi accorgo più delle cose piccole o di quelle che mi passano accanto lentamente. Non sento più crescere i fiori, non li sento appassire.Ed in fondo -continuò- comunque non posso volare, se non con la fantasia"

Pensò allo psicoterapeuta: cosa avrebbe detto o fatto lui in questo caso?

E ci fu la terza  illuminazione.

Grande fu la sopresa del maniscalco quando se lo ritrovò di fronte; ancor di più quando sentì la sua richiesta.

****

Passò ancora un pò di tempo nel paese del fabbro prima che un giorno riapparisse lo psicoterapeuta, sul dorso di un cavallo. Riconoscendosi, si scambiarono complimenti e felicitazioni.

Il maniscalco poi prese la parola.

"Ma sa che quel tizio,quello che avevo liberato dalle catene, è tornato ed ha voluto che gliele  rimettessi! Non le stesse, ma più corte e più piccole, ed anche più leggere. Mi ha detto che, anche questa volta pensando a lei, aveva risolto il caso: necessitava nuovamente del peso per rallentare il passo ed anche i sogni, troppo veloci, troppo alti, irraggiungibili. Ora è contento perchè in tasca ha pure le chiavi, così quando è in ritardo si toglie le catene; quando invece i suoi sogni sono troppo veloci ed il suo passo non rende più, li riaggancia alle caviglie e tutto riprende con un ritmo più lento.

Rispetto a prima ora dice di avere la consapevolezza e libertà ancora più grandi.

 Può cioè darsi dei permessi di entrare ed uscire a piacimento dalle sue realtà a dai suoi sogni senza perdersi negli uni o negli altri. Ma lei è veramente un mago. Ma come ha fatto?"

Questa volta lo psicoterapeuta fu più onesto:

 "Boh! -pensò-però ha funzionato."

 E ripreso il cavallo se ne andò.

 

N.d.A.

Secoli, millenni dopo, la teoria delle "palle-al-piede", fu ripresa dal dr. Marco Chisotti, psicopterapeuta ed ipnologo costruttivista, che più elegantemente la rinominò "Teoria Del Limitatore Esistenziale".

 

 

 

Lo strano caso del signor A.

Quello di A. fu un caso assai particolare in quanto ci introduce nel capitolo grande dell’ipnosi regressiva.In Italia ci sono siti più specifici in merito, i cui indirizzi sono disponibili nei link introduttivi; capita però talvolta che alcune persone vengano con queste richieste specifiche, non tanto per valutare il loro passato, ma quanto per potervi leggere più chiaramente o trarre spunto da esperienze che reali o immaginarie che siano, in quel momento posso essere utili per il presente o per il futuro.

Per introdurre gradevolmente l’argomento in questione, vi racconterò la solita favola-parabola.

 

Settima storiella : Introduzione alla regressione ipnotica

 

Un giorno, molti secoli fa, il Re si affacciò per un momento dalla sua tenda, contemplando la grande spianata confinata tra i due fiumi; al lato destro era schierata la cavalleria pesante, alla sinistra quella leggera; al centro la fanteria normale con i gruppi di lancieri ed arcieri. Più indietro i reparti specializzati, i frombolieri, gli scalatori, gli incursori; le salmerie ed i cariaggi, decisamente ai confini più sicuri dell’accampamento, insieme alla tendopoli.

Sotto il sole di mezzogiorno, tutte le corazze, gli elmi e quant’altro fosse di metallo brillavano al sole con bagliori sinistri.

O almeno così parve a lui prima di ingaggiare battaglia.

Alzando lo sguardo poco oltre il grande fiume, vide l’accampamento dei nemici. Nemici? Non era mai stato tanto sicuro di quali fossero realmente i nemici, se essi che difendevano terre già da prima conquistate o loro che consideravano giusto riprendersi ciò che prima avevano perduto.

“Già, è come chiedersi se nacque prima l’uovo o la gallina: il torto e la ragione come causa di un conflitto, si perdono un po’ di più ogni anno che passa”.

Rientrò nella tenda sospirando e maledicendo il tragico destino di un re.

I suoi generali stavano discutendo il piano di battaglia e vedendo rientrare il loro sovrano, si zittirono nella attesa delle sue decisioni belliche. Poi uno per volta su suo invito, esposero i piani di battaglia che vennero a concordare sull’ora dell’attacco: le prime luci dell’alba del giorno seguente.

Ma il re non fu d’accordo.

“Tutti gli eserciti combattono meglio alla luce, ma non necessariamente a quella del sole; ci muoveremo alla seconda ora dopo la mezzanotte e scateneremo l’attacco dopo aver illuminato a giorno il campo avversario con palle di pece greca e zolfo lanciate dalle nostre catapulte; la fanteria attaccherà portando scompiglio e confusione al centro, mentre la cavalleria pesante farà lo stesso a destra; lasceremo aperto un corridoio sulla sinistra dove i superstiti troveranno scampo, ma saranno annientati dagli arcieri prima e dalla cavalleria leggera poi.”

“Ma -obiettò un generale- sarà una strage non onorevole. Non avranno alcuna possibilità di arrendersi!

“Ora o mai più.”

E così avvenne: quattro ore dopo, l’alba si levò sull’orrendo spettacolo che sempre offrono le guerre.

I feriti leggieri furono curati e fatti prigionieri per essere venduti come schiavi, quelli gravi furono uccisi subito. Lo scontro aveva lasciato sul terreno più di tremila vittime.

Il Re camminava con i suoi generali sul teatro di battaglia continuando a chiedersi se tutto ciò avesse un senso.

Ad un tratto da un mucchio di cadaveri fulminea sbucò una lancia desiderosa di trafiggere il cuore al sovrano, ma altrettanto fulmineamente un giovine comandante di un reparto gli fece da scudo deviando il corpo mortale. In un lampo le spade amiche fecero cessare per sempre quella minaccia, uccidendo l’attentatore e mentre alcuni tra i suoi fidati si stringevano intorno al re, altri soccorrevano l’eroico ufficiale.Il chirurgo prontamente arrivato, dichiarò che la ferita non era grave e che il giovine se la sarebbe cavata egregiamente.

Il re volle conoscerlo, e lo invitò alla sera nella sua tenda. Il soldato si sentì vivificato e colmo di gioia: nella sua mente già fantasticava onori e gloria, intuendo la regalità della ricompensa; si aspettava abbracci, ringraziamenti ufficiali, di fronte all’esercito ed a tutto il consiglio.

Fu stupito alquanto di essere ricevuto, solo, in una tenda appena rischiarata da un lume; in parte ne fu sconfortato.

Vide un uomo invecchiato e sofferente senza segni di gioia sul volto; e ciò contrastava con i canti e le grida di gioia che si levavano da tutto l’accampamento per festeggiare la vittoria.

“Siedi qui figliolo –disse il Re- sento il tuo stupore e la tua incredulità. Non temere, ora avrai le risposte ai tuoi dubbi. Forse non le capirai subito, ma quando l’età o gli avvenimenti ti avranno fatto vecchio, tutto ti apparirà più chiaro.

Dovrei gioire per la mia vita salva, ed invece sono triste al punto che sarei voluto essere morto insieme a tutti quei bravi soldati che stanno bruciando sulle pire. Forse avresti dovuto lasciar fare al destino, ragazzo mio, o forse il destino ha così deciso.”

“Ma Re, io…”

“Non temere, non voglio essere ingiusto con te; affermo che però la vita di un re è ben poca cosa quando il mestiere di governare ti impone di sacrificare tremila uomini affinché si imponga un diritto; se fosse sopraggiunta la morte sarebbe stata lieve. Così invece ho l’obbligo di vivere aspettando chissà quali altri massacri, fino all’ultimo giorno della mia vita. Vieni qui – gli disse- fatti guardare bene; avresti avuto la stessa età di Lisimaco, mio figlio, se gli fosse toccato in sorte di vivere. La guerra è forse l’unica cosa che comanda ai padri di seppellire troppo spesso i figli e non viceversa.

Ti devo una ricompensa; tieni, prendi– e gli porse una mappa, un sigillo reale ed una borsa con del denaro-. Segui il percorso indicato fino alla montagna. Lì giunto chiederai di parlare con Antipatro il saggio e mago del tempo: a suo tempo saprai cosa chiedere e cosa ottenere. Vai, abbi cura di te. Addio”.

Così Eumene con i doni che gli aveva fatto il Re, si congedò con onore dall’esercito ed iniziò il suo peregrinare verso il suo destino. Il traguardo era assai lontano, ai confini estremi del mondo conosciuto. Il percorso si sarebbe snodato fra monti e valli, deserti e pianure, genti amiche e nemiche.

Patì il freddo dei ghiacciai valicando passi invernali e i caldi tremendi delle dune infuocate; si riposò all’ombra degli alberi frondosi e bevve l’acqua dei freschi torrenti. Condivise il pane dei contadini ed i loro giacigli, assieme alle fatiche quotidiane. Pianse i morti e portò talvolta la morte; aiutò i poveri quando fu in grado e talvolta venne aiutato; tal’altra fu scacciato, minacciato, ingiuriato.

Si ammalò gravemente e fu molto vicino a quell’Altrove cantato dai vati e dai sacerdoti.

Ma quando, fuori pericolo, un giorno aprì gli occhi, vide altri occhi scuri che lo guardavano; occhi diversi che non aveva mai visto; occhi incorniciati da capelli neri su un volto regolare dalla pelle bianca e liscia.

Quegli occhi, pur non parlando, gli dissero molte cose cui i suoi risposero nel linguaggio muto dei cuori.

E non ci fu altro che valesse la pena di essere visto o che si potesse realmente vedere.

Dopo qualche tempo si rimise in viaggio, con quegli occhi che in parte lo guardavano di lontano, in parte lo vedevano da vicino, da dentro il cuore.

Dopo molti anni d’esperienze e di cammino, infine giunse all’eremo.

Non fu semplice giungere al cospetto del Saggio, ma il sigillo reale gli aprì tutte le porte.

Fu ammesso alla presenza di un piccolo, insignificante ometto che nervosamente camminava su e giù.

“Dunque che vuoi da me giovanotto? Il Re ti ha mandato e chiede una ricompensa per te che certamente meriti. Ma sai di cosa si tratta? E sei sicuro di volerla?

Facciamo un patto, io ora ti dirò e tu avrai tre giorni per pensare se accettare o No.

Si tratta dell’immortalità, al pari degli dei”

Eumene fu stordito.

Pensò a quanto lunga sarebbe potuta essere l’eternità.

Pensò alle gioie del non-morire ed a quelle che la vita ti offre.

Pensò alle malattie, alle ingiurie del tempo

Pensò al mondo delle spiegazioni, alle parole del Re ed a quelle dei padri che seppelliscono i figli.

Pensò a quegli occhi…

“Non posso accettare questo dono –disse ad Antipatro- perché non sono sicuro che lo sia veramente;

Vedere gli amici morire lentamente uno dopo l’altro, vedere l’Amore che invecchia e muore mentre tu impotente non puoi cambiare né il tuo destino, né il suo. Seppellire i figli…

Troppo dolore. Se è l’amore che fa girare il mondo, sia esso una donna o la curiosità verso il mondo o verso l’intelligenza delle persone, non posso privarmi di una cosa che di per sé lo limita.

Ma un tale amore verso la vita senza la morte non è nulla e non può esistere come il giorno che per essere necessita della notte; ognuno di noi aggiunge un tassello alla conoscenza e ne trasmette alle generazioni a venire, le proprie esperienze che potranno essere utilizzate da coloro i quali verranno dopo di noi.

Occorre conoscere la fine, per progettare un nuovo inizio”.

Il Saggio Antipatro con un sorriso lo congedò.

Eumene tornò verso quegli occhi neri che lo aspettavano ansiosi.

E fu solo la prima tappa.

 

 

Esiste una curiosa teoria neurofisiologica basata su studi effettuati con moderni metodi d’indagine (PET), che evidenzia come il detto “l’amore è cieco” abbia un fondo di verità biologica esattamente come quello “l’amore è il motore della conoscenza”

 

Tali studi hanno evidenziato come durante l’innamoramento che è una sorta di Trance autoindotta, l’individuo, maschio o femmina che sia, disattiva molte parti del suo cervello fra cui quella della vista, attivandone altre basate sulla virtualità.

La zona in questione è proprio quella della vista: alcune coppie innamorate viste dall’esterno, ci fanno chiedere se effettivamente non notino i difetti fisici, talvolta evidente di entrambi; ebbene la tomografia a positroni ha evidenziato come l’area virtuale della creatività immaginifica, si sovrapponga a quella del visivo “reale”, creando come una schermatura sovrapposta: è come se la persona osservasse un mondo diverso con lenti colorate. Tale stato dura circa due anni, come l’innamoramento: in seguito tutto torna alla normalità.

Il nostro amico della storiella decide di rinunciare all’eternità per un eccesso d’amore verso la ricerca esterna ed interna: l’uomo non può accontentarsi in termini temporali di un limite scritto, anche se apparentemente infinito: gli mancherebbe in ogni caso la parte che viene “dopo”, dopo il transito verso l’esperienza del dopo morte.

Quest’apparente contraddizione è un aspetto della successione dell’amore verso la conoscenza e/o della curiosità come motore di ricerca permanente delle persone.

 

 

LA MAGIA E L’IPNOSI

(La Magia Dell’Ipnosi)

 

Non ho certamente l’idea di scrivere qui un approfondimento dotto o compromettente sul tema della magia, né tantomeno di intrecciarlo all’ipnosi per rivestire quest’ultima di connotati “magici” che non ha, trattandosi semplicemente come ora ben saprete, di un altro modo di parlare alla parte più nascosta della nostra mente.

Però, come ha sempre sostenuto M.Erickson, se tutto è ipnosi, si può ipotizzare che le suggestioni che venivano create con i riti magici, in fondo, facessero parte di un modo di dialogare con il proprio inconscio, con il linguaggio tecnico adeguato per tempo storico e con il limite delle conoscenze anatomo-medico-psicologiche legato ai momenti evolutivi del pensiero umano.

Per fare ciò, faremo le nostre quattro chiacchiere organizzate in momenti storici diversi, divertendoci ad analizzare come, in fondo, anche questa è …cultura!

 

 

La magia nel medio evo

 

Analizzando l’intero corso del medioevo, si può senz’altro porre un primo paletto nel percorso culturale che stiamo valutando: la magia è un punto di intersezione tra scienza e religione, laddove per scienza viene compresa anche quella nata dalle esperienze della medicina popolare: una sorta di incrocio nel quale si incontrano culture diverse, dotte e non, credenze diverse, ufficiali e non, immaginazione e realtà.

Una cura “magica“ mescola nozioni di erboristeria popolare e preghiere del rituale cristiano, come ad esempio nel libro di amministrazione domestica del Castello di Wolfsthurn in Tirolo, dove compaiono ricette molto variegate e per certi versi divertenti o puerili, che vanno da come coltivare i campi e proteggerli dagli elementi o come scacciare i topi dalle cantine; oppure come fugare le febbri utilizzando certe foglie , scrivendo però sopra, prima di utilizzarle, oscure parole latine per invocare la Santissima Trinità o recitando il Padrenostro ed altre preghiere.

Diverso è il caso della magia “demoniaca” utilizzata per indurre del male ad altre persone, ai nemici o agli avversari, per evocare demoni con cerchi magici ed altri mezzi, come appare in veri e propri manuali di magia nera conservati gelosamente in luoghi segreti per sfuggire ai roghi promossi dalle autorità ecclesiastiche e non.

Esaminando questi rituali, balzano agli occhi immediate similitudini con la magia ebraica e musulmana e, in senso lato, anche con pratiche assai lontane da quelle latitudini come quelle caraibiche e tribali africane. Tutte comunque hanno un denominatore comune: l’idea fondamentale che mediante formule magiche si possano costringere i demoni ad apparire ed a obbedire ai propri comandi, per ciò che riguarda la magia “nera”; coinvolgere mantenendo però una posizione sottomessa, le divinità ad intercedere favorevolmente per i nostri bisogni, in cambio di offerte o preghiere o sacrifici. Se analizziamo il nostro momento religioso cristiano-culturale attuale in fondo è tuttora ancorato a questi atteggiamenti pagani, in cui Dio è visto come dispensatore di grazie o castighi e non già come Padre Misericordioso.

Molti dunque i quesiti:

quali similitudini e quali diversità tra i vari riti magici di culture diverse;

questi rituali erano praticati o erano frutto di fantasie e di giochi?

E se li praticavano erano descritti tal quali dai romanzi medievali? E dunque essi possono far testo o no?

 

Le Origini

 

A ben guardare, la Bibbia è piena di storie di portenti, per lo più operati dalla potenza divina. Talvolta però si ha la sensazione di prodigi che non sono quelli di Dio ma di miracoli che hanno più un sentore di magia, anche se la causa essenziale di questi eventi, magica non è. In più episodi anzi il Vecchio Testamento condanna senza rimedio la pratica della magia e chi la opera; anche se appunto gli episodi prodigiosi di Mosè in gara con i Maghi del faraone nel trasformare il bastone in serpente, l’acqua del fiume in sangue ecc. hanno più un sentore pagano che cristiano.

D’altronde tra i primi a portare omaggi e sottomissioni al Bambino Gesù furono proprio i Re (dei) Magi, una delle sei tribù in cui si divideva il popolo dei Medi in Asia Minore, definiti come dotti e sapienti nella scienze, laddove era inclusa anche l’arte di leggere i segni delle stelle e della Natura: essi però furono ben accettati nella visione mistica poiché, in fondo, abdicavano i loro “poteri” a quelli di Cristo.

L’apparente contraddizione fra magia pagana e cristiana deve dunque leggersi nel diverso, più ampio significato religioso. Gesù spesso dichiarò che la gente guariva a causa della forza della propria Fede, collegando in certi casi la guarigione fisica con la purificazione spirituale.Non è blasfemo né irriverente affermare che Cristo fu il primo grande ipnotista della storia conosciuta, al di là ovviamente del disegno di soprannaturalità e spiritualità che il Figlio di Dio perseguiva per l’umanità.In fondo quando il terapeuta lavora per far uscire la forza di una fede o l’autostima da un paziente, adotta l’identico sistema, ponendosi come figura di riferimento. I significati e le diversità sono dunque da attribuire  agli scopi diversi del cristianesimo specialmente in quei tempi, cioè promuovere la fede, predicare la penitenza, e sopravvenire sul nemico Satana nell’ottica della vittoria del Regno di Dio su quello del Male.

 Per questo molti miracoli hanno più l’aspetto di esorcismi.

Avendo ben chiaro questo concetto, nei primi secoli gli autori cristiani si accordarono su un punto: la magia è opera del demonio, mentre i miracoli sono opera di Dio.

I pagani che utilizzavano la magia anche se per motivi di guarigione, erano comunque biasimevoli e condannabili in quanto invocatori ed adoratori di divinità diverse dal Dio rivelato.

In breve si può sintetizzare che la definizione pagana della magia poteva avere una dimensione morale e teologica ma era concentrata sul sociale, mentre quella cristiana aveva una dimensione morale e sociale, incentrandosi  esplicitamente su una visione teologica.

Con il trascorrere dei secoli, il disfacimento dell’impero romano ed il susseguirsi di invasioni da parte di popoli dell’oriente e del nord d’Europa, cambiarono i presupposti e si mescolarono le culture: malgrado la Chiesa si impegnasse convertire questi principi ed i loro sudditi alla fede cristiana, non potè impedire che tradizioni culturali pagane si fondessero con quelle cristiane: ecco perché riprendono vigore pratiche magiche anche naturali che miscelano riti pagani con preghiere cristiane.

 

Il Druidismo

 

 

A differenza di altre civiltà, quella celtica è sempre stata avvolta da misteri:le stesse rappresentazioni cinematografiche o romanzate che prendevano spunto dai Celti, insinuano nel nostro immaginario collettivo, atmosfere nebbiose e rarefatte, luoghi lugubri e misteriosi se non addirittura tetri. Ciò è comprensibile visto che la civiltà di questo popolo appartiene quasi esclusivamente alla tradizione orale: questo perché veniva data la massima importanza alla parola come rito magico e terribile se usato male; ma una parola si può modificare, uno scritto mai: ciò che è inciso non si può cancellare e dunque una maledizione scritta si può perpetrare negli anni.

Il Druidismo, superficialmente interpretato esclusivamente  come aspetto religioso della civiltà celtica,in realtà è l’insieme delle concezioni spirituali, intellettuali, artistiche, scientifiche e sociali di questa comunità prima che si convertisse al cristianesimo.

La stessa etimologia della parola “druido” è assai incerta: “drui” nell’antico gaelico significa “stregone, mago”; secondo Plinio, deriverebbe (chissà perché) dal gerco e significherebbe “quercia”; però potrebbe dipendere dall’insieme di due parole celtiche: “dru”  (folto, fitto, forte) e “wid” (vedere e/o sapere): I Druidi potrebbero dunque essere i “molto sapienti e preveggenti uomini dell’Albero”.Essi parlano poco nelle loro conversazioni e si esprimono per enigmi ed iperboli, lasciando indovinare la maggior parte delle cose.

Gli stessi luoghi di culto non erano santuari specifici, ma ovunque si potesse entrare in contatto con la natura; il concetto di deserto come luogo di meditazione deve essere interpretato non come luogo di siccità e desolazione tanto caro all’iconografia classica, ma come tutto ciò che non è stato sottomesso dall’attività umana. E’infatti vano rinchiudere gli dei che vivono nel mondo in un santuario-prigione di mattoni o pietre.

Purtroppo i Celti non scrivevano i loro testi sacri e se ce ne fossero stati, i Cristiani li avrebbero fatti sparire. Alcuni rituali magici li possiamo riferire ed interpretare solo grazie a testimonianze quali quelle di Plinio il Vecchio. Prendiamo ad esempio uno dei più conosciuti come quello del Vischio o della Selago (Licopodio Abetino):

Venivano colti tutto l’anno nell’ottavo giorno della luna per via della sua forza considerevole (la stessa che genera le maree), utilizzando il famoso falcetto d’oro (in realta’ di bronzo ricoperto d’oro, poiché l’oro come metallo tenero non avrebbe mai potuto tagliare rami). Colti da un sacerdote vestito di bianco (la purezza e la divinità), con i piedi lavati e nudi (contatto totale con la terra), passando la mano destra sul lato sinistro dell’abito: tutto ciò ovviamente dopo aver fatto un sacrificio con l’offerta di pane e vino.

Questi riti avevano indubbiamente una forza ipnotica guaritrice; ma non solo.

Esistevano infatti precise regole omeopatiche-fitoterapiche-biodinamiche imparate con la pazienza e con la pratica (istruzione di almeno vent’anni prima di avere la “patente” di Druido):

l’utilizzo dell’oro per non alterare le proprietà intrinseche dei preparati e come simbolismo del sole in contrapposizione con il falcetto che rappresenta la luna crescente e dunque simboleggia il massimo delle capacità guaritrici delle sostanze sotto l’influenza delle lunazioni; utilizzano la mano destra che passa sul lato sinistro perché la destra è il lato della luce, mentre la sinistra, cioè il nord, è quello misterioso dell’ombra.

Il tasso, il nocciolo, il sorbo, la quercia sono gli alberi sacri dei Celti, anche loro sapientemente sfruttati per le loro qualità o come punto di partenza per per leggende dalle quali anche la saga di Mago Merlino attinge a piene mani, in una sorta di magia globale o di ipnotismo.

E’ dunque credibile che anche i Celti conoscessero assai bene il principio della biodinamica vegetale: ogni essere vegetale contiene in sé un’energia potenziale che è celata agli occhi degli uomini: solo i sacerdoti possono mettere in contatto le potenze superiori con l’umanità, integrandoli.

In tal modo possiamo percepire come la Terra non avesse una importanza fondamentale, ma solo fosse un tramite, un palcoscenico; ben più importante l’Aria come sfera misteriosa e fluttuante in cui soltanto gli esseri divini o fiabeschi possono muoversi; l’Acqua come dono di potenze invisibili che può guarire e generare; il Fuoco come summa di trasformazione di tutti gli altri elementi.

Anche per questa misconosciuta civiltà, la magia consisteva nelle parole, ma non solo: per essere efficaci le formule dovevano essere pronunciate in un certo modo, con un determinato ritmo, secondo una certa cadenza.

Il modo di dire le formule, resta dunque un segreto, anzi il “segreto”: in ciò risiedono l’iniziazione e la trasmissione dei poteri che può avvenire solo con la modalità orale, poiché solo la voce può trasmettere le vibrazioni, gli elementi sottili, le frequenze che gli scritti non demandano.

Attualmente anche molte religioni, abbandonato il rituale drammatico della rappresentazione, hanno trasformato la rappresentazione stessa in una narrazione descrittiva vuota: la liturgia cattolica romana ad esempio fu costruita sul latino con un insieme di parole, ritmi, articolazioni di grande precisione che si manifestano nel salmodiare, recitare o nel canto; la traduzione nelle lingue vive o vernacolari è, da questo punto di vista, un non-senso assoluto.

Quando un membro della classe druidica intraprendeva un incantesimo, accompagnava il suo testo con la musica, strumentale o semplicemente vocale; inoltre l’efficacia dell’incantesimo si misurava anche in base al rituale dei gesti o delle posture particolari. Esempi ne sono la circumambulazione seguendo il corso del sole o il glam dicin il “grido fatale” ripetuto tre volte come una maledizione suprema che indurrà ingiuria, vergogna, colpa (tratto dal tain Bo cualnge racconto epico): il rito dunque come magia ed anche sociale, poiché ne va della dignità individuale di fronte alla società.

Nel nostro mondo evoluto, noi abbiamo perso la cultura della magia: essa sopravvive con forza nelle menti semplici. Buon per noi che gli stessi aspiranti maghi sono per la maggior parte ciarlatani, perché se conoscessero almeno il 10% della capacità del nostro cervello e dell’incredibile forza dello spirito umano (e lo sapessero usare con saggezza), allora riti come l’imbas forosnai o come il teinm laegda o il dichetal do chenmaid potrebbero non essere relegati solo alle memorie epiche.

Oggi noi con le tecniche ipnotiche liberiamo la mente inconscia dai vincoli razionali di quella conscia e ci permettiamo di costruire una nuova realtà virtuale che ci permette di avere nuove possibilità o probabilità che possiamo importare nella nostra realtà quotidiana per poter effettuare dei cambiamenti.

Tutte le realtà animistiche o totemiche o sciamaniche già perseguivano lo stesso fine con tecniche diverse.

Il concetto di sogno ad esempio è ben chiaro nella realtà celtica anche se detto sottovoce poiché essi rifiutavano la distinzione aristotelica tra reale ed immaginario: che fosse naturale o indotto da appropriate tecniche (ipnotiche) o da sostanze inebrianti o allucinogene, il sogno è fondamentale perché riequilibra il mondo, rigenera l’individuo, gli fornisce i mezzi per superare la condizione umana e per trovare le vie, talvolta oscure che conducono al ponte teso fra i mondi del conscio e dell’inconscio. Colà forse il sogno da solo non basta a sconfiggere i demoni guardiani e sarà necessario usare formule efficaci che, sapientemente pronunciate dai sacerdoti o dai moderni terapeuti, permetteranno di scoprire qualcosa di nuovo.

Ogni invenzione è il risultato di un sogno, è una prova che ciò che reale non è,  può, in determinate condizioni, diventarlo.

 

La tradizione classica, affidava le pratiche magiche ad un gruppo “specializzato”:normalmente i Maghi, termine derivato da un popolo perito di queste arti, da collocarsi tra i Medi ed i Persiani come già detto.

La prima sorpresa osservando il Medioevo, sta nel fatto che chiunque ritenesse di avere una preparazione o una esperienza specifica, esercitasse il mestiere di “mago”, interpretabile nel senso di “guaritore”; anzi è curioso vedere come i monaci o i medici non disdegnino di apprendere cose nuove dai viaggiatori di passaggio o dalle vecchie dei paesi, confrontandole con quelle apprese dagli autori greci e latini. Nell’ambito delle comunità monastiche poi, queste esperienze venivano  messe a frutto per la popolazione locale e per i pellegrini di passaggio (vedi l’articolo su Staffarda): nella misura in cui la medicina classica conteneva elementi magici, i monaci praticavano cure “magiche”, anche se non si consideravano dediti ad arti magiche, pur non facendosi scrupolo di utilizzare la mandragora o di ricorrere agli incantesimi per scacciare i demoni.

Nell’alto medioevo c’erano anche i guaritori laici, per lo più itineranti, dei quali però sappiamo ben poco in quanto mancano testimonianze scritte essendo i monasteri i depositari allora della cultura trasmissibile con manoscritti ed incisioni. Possiamo però immaginare che anche tra costoro ci fossero dei professionisti, almeno da ciò che risulta dagli atti dei processi di stregoneria: anche in questi casi però si può parlare più di guaritori che di maghi nel senso più demoniaco del termine: la descrizione dei protocolli atti ad ottenere uno scopo è talmente ingenua da far appuntare a margine di alcuni manoscritti da parte di anonimi un “se fosse vero!”ed altre frasi assai scettiche.

Se alcune di queste pratiche ottennero l’effetto cercato fu certamente per motivi di autosuggestione o per un forte desiderio di guarigione e di cambiamento: l’ipnosi appunto.

Nell’ambito della variegata corte dei miracoli medievale trovavano anche posto gli indovini e gli aruspici, talvolta insinuati fra la stessa popolazione secolare di allora: la chiesa si battè a lungo contro questi suoi figli, cercando di innalzare l’assai basso livello culturale dei sacerdoti; ma tant’è essi rimasero tali almeno fino all’avvento della medicina ufficiale nel XII secolo, momento in cui una parte della popolazione decise di affidare la propria salute (credo con risultati sovrapponibili per la sopravvivenza) ai guaritori “ufficiali”. I più poveri, quelli che non potevano permettersi gli onorari dei colleghi del tempo, continuarono a rivolgersi ai guaritori che potevano almeno essere remunerati in natura o con preghiere e benedizioni.

Nella scala più alta dei professionisti prima c’erano i medici, poi i chirurghi ed infine i barbieri chirurghi ad un rango più basso; più lontano, le levatrici.

 

“Prendi del grasso d’oca e la parte inferiore dell’enula campana, erba viperina, betonica e quella attaccamani; pesta bene nel pestello, aggiungendo un cucchiaio di vecchio sapone, olio. Spalma la miscela di notte sul collo: grattalo dopo il tramonto, in silenzio versa il sangue in acqua corrente, sputa tre volte e poi dì le parole: prendi questa malattia e portala via! Torna a casa per una strada aperta ed all’andata ed al ritorno stà in silenzio”

 

Ecco una ricetta per la cura della pelle.

 

Si può dedurre che già per la preparazione del farmaco o per la sua somministrazione, devono osservarsi dei tabù o dei procedimenti particolari; inoltre la scelta degli ingredienti curativi a volte era dettata da considerazioni di natura “simpatica”(grasso d’oca e solo d’oca); infine gli atti terapeutici sono legati ai momenti ben precisi della giornata, legati agli effetti dei corpi celesti: certe piante possono curare la pazzia solo se, sotto un determinato segno astrologico, sono avvolte in un panno rosso e legate alla testa del paziente. Infine le formule arcane e misteriose provenienti o dall’alchimia o semplicemente da echi alterati di qualche lingua straniera o forse parole comuni in codice: nel tardo medioevo le parole assumeranno sempre più valore intrinseco e magico di per sé.

Altro fattore di complicazione è il collegamento con la religione: erbe ed unguenti combinati con l’acqua santa, laddove diventa difficile distinguere fra la “santità” dell’acqua ed il suo semplice ruolo naturale.

La religione entra sotto forma di preghiere come richieste, benedizioni come augurio, scongiuri o esorcismi come comando all’entità responsabile della malattia: in quest’ultimo caso il terapeuta è impegnato in una sorta di combattimento con la forza maligna della malattia e nella pugna fa affidamento ai poteri sacri.

Talvolta si accresce l’autorità dell’incantesimo attribuendolo ad un santo (l’incantesimo di S.Eustachio o quello di S.Guglielmo contro i vermi, la cancrena, le piaghe).

Tutto ciò serviva per curare malattie già in atto: gli amuleti invece avevano una funzione protettiva e preventiva, con scopi più psicologici che fisici, giovando più alla salute mentale che fisica: i terapeuti creavano un legame indissolubile con il portafortuna, inculcando al paziente l’assoluta certezza della protezione. Se non altro il soggetto era liberato dalle paure e dalle angosce di fatture e di malattie.

 I talismani erano conosciuti in ogni classe sociale: a corte i nobili ed i potenti utilizzavano prevalentemente le pietre preziose, le cui virtù portentose erano descritte nei ”lapidari”, manuali esplicativi.Non c’è potente o uomo di stato che non abbia consultato aruspici ed indovini o maghi o alchimisti per prevedere il futuro o farsi guidare nella scelta di decisioni difficili; non c’è uomo di stato che non abbia una gemma, magari incastonata in una montatura contenente parole magiche il cui potere non sia stao evocato. Lo zaffiro ha esempio, essendo “freddo”, poteva servire a controbilanciare l’eccessivo calore corporeo e ridurre la traspirazione; polverizzato e somministrato con il latte fa bene alle ulcere dello stomaco,i mali di capo ed altre infermità.Poteva anche essere utile nelle profezie.

Tutto ciò ovviamente solo nel medioevo, non ai giorni nostri(!).

I talismani sono generalmente simili agli amuleti ma con l’elemento distintivo che portano su di se parole e lettere scritte (la magia delle parole usate nell’ipnosi).

Il più famoso di questi fu il quadrato magico di SATOR-AREPO, la cui caratteristica era quella di leggere sempre le stesse parole nelle quattro direzioni; le parole di per sé non hanno significato: alcuni ci vedono l’anagramma delle parole iniziali latine del Pater Noster con una doppia “a” e “o” per Alfa ed Omega a significare Cristo.

Questo talismano appare per la prima volta nel I secolo dopo Cristo in una casa di Pompei. Nel Medioevo esso aveva molteplici scopi: dalla protezione delle donne nel parto ad ottenere il favore di tutti coloro che il portatore avesse incontrato nel suo cammino.

E la Chiesa?

Certo anch’essa pareva dare ad alcuni oggetti sacri l’attribuzione di amuleti, come ad esempio la cera benedetta durante la festa della Purificazione era ritenuta efficace contro i fulmini ed il suono delle campane contro i temporali. Anche le reliquie dei Santi potevano essere utilizzate come amuleti: tuttavia oggi pare certo che, malgrado i limiti culturali dell’epoca, la gente anche i più umili, avessero ben chiara l’idea che le anime dei Santi erano in cielo ad intercedere presso Dio: è dunque fuorviante pensare  alle reliquie come dotate di valore esclusivamente intrinseco: è  più logico leggerle come testimonianza del fatto che Essi furono comunque persone reali, da imitare, riverire,pregare.

Allo stesso modo per la venerazione dell’Eucaristia: nel XIII secolo i teologi non si accontentarono più dell’ostia come contenente il Cristo, ma con la transustanziazione

Essi dichiararono che la sostanza del pane veniva miracolosamente trasformata in sostanza di Cristo.Il corpo, appunto. Poiché la pietà popolare desiderava vedere il Corpo di Cristo, i sacerdoti mostrarono, allora come oggi, l’ostia consacrata, levata in alto durante la messa.

Finì dunque anche l’Eucaristia per essere usata in parte anche come amuleto, dotandola di poteri magici e di protezione contro le calamità.

Allora come oggi chi notava e protestava contro questi abusi, li denominava superstizione, cioè uso improprio di oggetti sacri.

 

 

La Stregoneria

 

Tutto ciò che sappiamo sulla stregoneria lo dobbiamo ai documenti giudiziari. Da essi si evincono almeno alcune curiosità: la magia, riconosciuta come tale, poteva essere bianca (benefica), nera (nociva), ma anche grigia (intermedia).

Se un guaritore otteneva il risultato voluto apparteneva alla prima categoria, se falliva, malgrado le buone intenzioni, poteva essere considerato un grigio o un nero: in qualunque caso rischiava l’incriminazione a seconda delle circostanze politiche, di convenienza o dell’umore più o meno suggestionato delle popolazioni dei villaggi.

Allora come oggi “la legge si interpreta con gli amici e si applica con i nemici”.

Le tecniche stregonesche erano sostanzialmente simili come rituali a quelle mediche o protettive: variava la finalità. Gli incantesimi erano “maledizioni”, per ottenere le quali si leggevano semplicemente le stesse formule al contrario; esse  potevano fare appello ad eventi della storia sacra o alle leggende religiose. I riti implicavano generalmente magia simpatica, come quella delle due donne che, voltando la schiena ad un pozzo, vi avevano attinto acqua gettandola sopra la testa per tre volte, facendo grandinare.

Una delle tecniche assai conosciute era quella delle immagini:la vittima, come immagine o come feticcio, veniva trafitta con aghi o chiodi per recarvi nocumento fisico.

Quando il livello di guardia dell’emotività veniva superato, si assisteva a fenomeni suggestivi di massa, che, opportunamente pilotati, potevano essere finalizzati a veri e propri linciaggi o epurazioni di massa come quella del 1321 in Aquitania, della cui pestilenza vennero accusati Ebrei e lebbrosi, rei di aver avvelenato i pozzi con una mistura magica fatta di orina, erbe, ostie consacrate.

Sempre dagli atti dei processi emerge una tendenza a considerare “streghe” anche le persone che preparassero afrodisiaci o fatture per provocare l’innamoramento; i testicoli di stallone o di toro, risvegliano in una donna il desiderio sessuale; le uova di formica messe nell’acqua del suo bagno, la eccitano a tal punto da obbligarla a cercare di soddisfarsi in qualche modo. Un uomo può diventare impotente se gli si fanno bere quaranta formiche disciolte in succo di giunchiglia; viceversa può accendersi di desiderio se ingurgita una mistura di erbe e lombrichi.

Forse è meglio il Viagra.

Sono stati trasmessi a noi molti trattati sulla magia e sulla stregoneria: di una cosa possiamo essere certi: allora queste cose venivano prese molto sul serio.

Le ragioni per opporsi alla magia erano molte: dal rischio per il praticante di essere assalito fisicamente e spiritualmente dai demoni che cercava di dominare a quello di usurpare i misteri e le facoltà creatrici di Dio. Nella migliore delle ipotesi era frivola e vana.

Dal punto di vista legislativo, essa poteva essere di nocumento alle persone;

da quello morale e teologico la possibilità che essa facesse ricorso ai demoni e per il suo uso blasfemo e sacrilego di parole od oggetti sacri.

Inizialmente le pene giudiziarie, che peraltro potevano giungere fino alla morte nei casi di omicidio o di nocumento grave, erano più codificate per mantenere ordine e giustizia; in quelle ecclesiastiche che potevano comunque giungere alla scomunica, si leggeva più un richiesta penitenziale, con un sistema volontario: il penitente si sottometteva volontariamente al sacerdote e ne accettava la penitenza.

Le procedure ecclesiastiche, volte a frenare l’esercizio della magia, divennero via via più radicali al punto da superare per ferocia, le pene giudiziarie, visto che tali pratiche magiche permanevano immutate nel popolo, rendendosi addirittura più segrete.

Ne è un primo esempio il sinodo di Frisinga, in cui si stabilisce che gli imputati di stregoneria debbano essere interrogati dall’arciprete della diocesi con l’intento di ottenere una confessione; possano essere torturati ed incarcerati finchè non confessino i loro peccati, ma non al punto tale da far rischiare loro la vita.

Si crearono “specialisti” del settore: religiosi e giudici che si occuparono per tutta la vita di magie e stregonerie al punto da diventare a loro volta preda delle loro convinzioni: in questo modo se i fatti non corrispondevano alla loro realtà o alle loro convinzioni, tanto peggio per i fatti. Ed incominciarono gli omicidi legalizzati.

La preoccupazione basilare dei moralisti era che la magia fosse demoniaca anche quando sembrava innocente. Uno dei criteri più in voga nel XIII secolo era di vedere se le pratiche contenessero parole inintelligibili che”…avrebbero potuto essere nomi di demoni”, come si legge nel Malleus Maleficarum, vero e proprio breviario per giudici ed inquisitori.

Già nel XII secolo, la precedente suddivisione tra magia bianca e magia nera, inizia a vacillare anche in funzione del fatto che l’Autorità Ecclesiastica, malgrado tutti gli sforzi, non riesce ad estirpare neppure fra i suoi “figli” l’uso di pratiche di guarigione non propriamente ortodosse. Filosofi  e teologi, pur essendo inclini ad ammettere effetti prodigiosi dovuti al potere degli astri e della natura, iniziarono a valutare la possibilità che la magia in senso lato potesse avere interferenze demoniache. Nella “Summa Contra Gentiles” Tommaso D’Aquino osserva come “i maghi possano osservare la posizione degli astri e preparare le erbe in modo che possano ricevere gli influssi astrali, ma talvolta i maghi evocano apparizioni e, parlando con esse, rivelano informazioni che vanno oltre le normali conoscenze; i corpi celesti non possono fare queste cose, né rendere gli uomini invisibili o aprire porte sprangate. Pertanto essi si rivolgono ad esseri intelligenti ed astuti che non possono essere altri che demoni.”

Tutto ciò portò inevitabilmente alla conclusione che virtualmente ogni tipo di magia poteva essere demoniaca, o in modo manifesto o in modo subdolo. Questa spirale di pensiero, non potendosi che confrontare con se stessa, si alimentò ingrandendosi a dismisura nel corso dei decenni: nel tardo medioevo molti desideravano riformare la chiesa “nel capo e nelle membra”, cercando di elevare il livello della devozione popolare, attaccando le credenze e le pratiche superstiziose: alcuni lo fecero con la predicazione o nella quiete del confessionale o scrivendo manuali intesi ad elevare i livello di formazione del clero; altri, vittime della loro stessa passione riformatrice, trasformarono la riforma rivestendola di estremismo, con inevitabile caduta nel fanatismo religioso ossessivo. In mezzo a questi estremi, la ragion di stato che sfruttò ed utilizzò entrambe le posizioni.

Lampante fu il caso dei Templari, accusati di pratiche stregonesche ma in realtà eliminati dal re Filippo IV il Bello, desideroso dei loro beni.

Quasi ad imitare le gesta dei potenti, anche nei villaggi o nelle città ci furono le “purghe” politiche dettate talvolta da interessi personali o da desideri di vendette; e pensare che all’inizio i tribunali laici municipali si attenevano alla procedura accusatoria , cioè la parte lesa doveva provare in tribunale l’atto stregonesco dell’imputato/a: in caso contrario avrebbe subito la stessa pena; se una donna fosse stata citata in giudizio per stregoneria per aver causato moria di bestiame (atto che comportava la pena di morte) e l’accusatore non fosse stato in grado di provare le sue accuse, sarebbe stato giustiziato in sua vece. Ma ne XIII secolo, papa Gregorio IX instaurò l’uso di nominare degli inquisitori, normalmente frati francescani e domenicani, con totale perdita di garanzie per gli accusati: gli inquisitori non cercavano l’onere della prova portata dalla parte lesa, ma la cercavano loro stessi, procedendo con intimidazioni e torture se necessario. La possibilità di giungere ad una confessione era così fortemente accresciuta: alla fine la suddivisione fra tribunali laici ed ecclesiastici pur essendo reale, divenne fittizia e di fatto, viste le frammistioni fra Stati e Chiesa, affidata al braccio secolare. A nulla valse la disposizione successiva di papa Alessandro IV per la quale gli inquisitori dovevano occuparsi dei soli casi di magia nei quali vi fosse sentore di eresia: fu facile per gente come Bernardino da Siena, nella sua ansia riformatrice, affermare che ogni magia implicava l’eresia…

Uomini ma soprattutto donne furono le vittime di questa follia collettiva: questa sorta di misoginia dipendeva principalmente dalla vulnerabilità e dalla precarietà delle  donne, a cui la cultura comune attribuiva debolezza d’intelletto e di volontà; inoltre erano “responsabili” dell’aver indotto Adamo in tentazione per aver complottato con il Serpente; in terzo luogo anche se parzialmente redente per il ruolo di madri, esse erano comunque detentrici del peccato più abominevole, quello sessuale, uno dei tanti tormenti dei moralisti di ogni tempo.

Lo stereotipo della strega andava dunque via via definendosi: dal patto con i demoni, alle orge notturne dette chissà con quali secondi fini (antisemiti) inizialmente “sinagoghe” ed in secondo tempo “sabba”, all’idea folcloristica delle “streghe volanti”, giustificate addirittura dai teologi che rispolverarono per l’occasione il libro di Daniele 13-14 in cui un angelo aveva portato in volo il profeta Abacuc ed i demoni, essendo angeli caduti, conservavano questo potere; i sogni notturni, naturalmente a sfondo sessuale, detti incubi se assumevano forma maschile, succubi,se assumevano quella femminile.

L’incendio riformatore che avrebbe dovuto evolvere in maniera controllata, divenne ingestibile e divoratore e per paradosso, ammesso che sia vera l’ipotesi secondo la quale “il mago perfetto è colui che opera un incantesimo così perfetto da credere che le proprie magie siano autonome e non da lui create”, dovremmo dire che i teologi, i predicatori, gli avvocati gli inquisitori ed i giudici, finirono col diventare a loro volta dei maghi…supremi. 

 

 

Le forme di magia fin qui descritte hanno come comune denominatore il fatto di manipolare la natura per influire sul destino.

La divinazione era invece un mezzo per conoscere il destino.

Si va dall’ ”oniromanzia” arte d’interpretare i sogni ancora oggi molto in voga nel napoletano, a quella di divinare interpretando il volo degli uccelli, alla “chiromanzia”,arte di leggere il futuro nella mano (vedi gli Zingari d’oggi).

Altri segni del futuro si leggevano nei tuoni: a seconda della stagione e della direzione potevano significare sangue, morte o, se alla fine dell’anno, pace e prosperità. Il desiderio di conoscere il futuro per gestire un presente sempre assai precario ed incerto, spingeva la gente ad inventare ed a credere a qualunque superstizione per predire la sorte: trovare un ferro di cavallo era buon segno; incrociare un cervo o un corvo portava male come incontrare un prete ed un monaco senza segnarsi.

Altri sistemi erano quelli basati sull’apertura di un libro in una pagina a caso e leggere una frase, oppure quello di tirare i dadi ed interpretare i numeri.

Queste tecniche non hanno età, né tempo, né luogo: li troviamo in tutti i continenti fra tutti i popoli: ciò a riprova che il sistema “Mente” funziona per definizione genetica in un unico modo e le persone danno una lettura virtuale della realtà, che a seconda delle circostanze, piegano alle loro esigenze: Nostradamus aveva ben presente questo concetto quando scrisse le famose quartine: le mantenne  generiche a tal punto che ciascuno avrebbe potuto leggervi quel che desiderava. E dopo tutte quelle “fine del mondo”, siamo ancora qui…

Curiosa una tecnica di manipolazione divinatoria che utilizza le piante (XV secolo): se un terapeuta tocca con la verbena la mano di un ammalato e gli chiede come sta, la verbena metterà l’ammalato in grado di dare una risposta giusta; allo stesso modo si può ottenere la guarigione con la tecnica detta dell’”onomanzia”, ossia divinazione mediante calcoli, basata sui nomi e sulla loro composizione-scomposizione (ancora oggi assai conosciuta presso il popolo ebraico, specialmente fra i conoscitori della cabala).

La cattotromanzia era invece la divinazione con superfici riflettenti.

Tutte queste tecniche sono molto simili a quelle che ancora oggi i terapeuti utilizzano nelle loro sedute: un esempio ne è la tecnica ipnotica dello sdoppiamento della mente conscia da quella inconscia (gioco delle parti).

Tutt’altra cosa era la negromanzia, ovvero l’arte di divinazione (mantèia) mediante l’evocazione degli spiriti dei defunti (nekròi): Circe ne fu un esempio nella tradizione greco-romana, Endor quella archetipica della Bibbia.

Nella tradizione medievale, furono i chieric ad essere individuati come negromanti, probabilmente  perché ai chierici spettava il compito di esorcisti, e se avessero deviato dal loro compito, avrebbero potuto comandare ai demoni. Rappresentanti del sottobosco clericale, essi comparivano ai primi gradini della scalata verso il sacerdozio: poiché i seminari non erano istituzionalizzati, l’iniziale via verso il sacerdozio o il monastero, veniva effettuata senza regole, magari semplicemente prestando opera presso il parroco del villaggio; in un secondo tempo, il chierico veniva eletto, dopo aver sostenuto esami più o meno impegnativi, al rango di prete, anche se talvolta essi non sapevano nemmeno leggere il breviario.

Passacarte, trafficoni, imbroglioni, spesso si cacciavano nei guai: e quando l’accusa era di negromanzia, questi potevano essere assai seri.

L’inquisitore domenicano Eymerich, sostiene nella sua “Guida degli Inquisitori”, che i negromanti “battezzano immagini, fanno fumigare la testa dei morti, evocano demoni, bestemmiano, hanno atteggiamenti blasfemi,bruciano corpi di animali, gettano sale nel fuoco, si genuflettono ai demoni, sottomettendosi e consacrandosi al loro servizio”.

Il loro scopo era quello di affliggere la vittima con tormenti per farla assoggettare a sé, creare illusioni e discernere le cose segrete passate, presenti e future: le informazioni desiderate sono fornite dagli spiriti evocati.

I rituali erano essenziali: cerchi magici, scongiuri, sacrifici.

I primi, curiosi erano rappresentati per lo più da un cerchio con all’interno un triangolo con all’interno una spada,un’ oliera,un  anello, scettri ed una tavoletta quadrata con il tetragramma e quattro croci e varie scritte propiziatorie. Il cerchio è la figura perfetta entro la quale proteggere e proteggersi o per proteggere.

Lo scongiuro invece era imperioso: era direttivo verso i demoni (vi impongo, vi ordino di fare qualcosa).

Per ottenere questo però erano necessari sacrifici: prevalentemente di sangue immolando un animale vivo. Alberto Magno afferma che l’Upupa è un uccello prezioso per gli incantatori: di essa si deve usare il sangue, il cervello, la lingua, il cuore. Michele Scoto riteneva che le vittime fossero essere umani vivi o morti.

Anche allora gli obiettivi erano più psicologici che tangibili e quindi era difficile avere la prova che l’esperimento fosse del tutto fallito, visto anche il livello di suggestionabilità delle persone.

Essenzialmente dunque la negromanzia è la fusione tra magia astrale ed esorcismo, la prima di provenienza culturale islamica come la pratica della fumigazione cioè l’uso di bruciare incenso o zolfo o aloe, mirra, ambra grigia, la seconda decisamente indigena.

I negromanti agivano nell’ombra ed erano convinti di essere nel giusto: anche l’omicidio del nemico è giustificabile; anche la ricerca di tesori è nel giusto,se il loro utilizzo  è per nobili scopi; per questo il negromante deve purificarsi, digiunare, lavarsi, vestirsi di bianco, astenersi dai contatti sessuali: queste pratiche di allenamento servono a proteggere il negromante dalle tentazioni dei demoni.

Anche gli inquisitori credevano fermamente al potere arcano del rito: più precisamente credevano che adempiendo a certe regole esterne ed oggettive, il rito avesse automaticamente efficacia, al di fuori delle disposizioni d’animo; i negromanti pensavano di poter raggirare Dio ed il suo potere usato per fini perversi se i rituali erano eseguiti a dovere.

Con un parallelismo estremo, possiamo dire invece che una buona trance ipnotica avviene quando il cuore e la mente del terapeuta e del paziente, sono sincronizzati verso un unico, individuato, condiviso ed etico fine.

 

 

 

 

Relazioni su alcuni casi clinici trattati   Percorso terapeutico

Pagina principale    Come e dove contattarci